Ad Alghero un allevamento di oloturie per i mercati orientali

Una cooperativa intende avviare un impianto per far crescere i cetrioli di mare. Il prodotto essiccato e pronto all’esportazione può valere anche 600 euro al chilo

ALGHERO. In Giappone si chiama namako, in Indonesia tripang, gamat o balatan, in Cina trepang. Da queste parti, nella meno volgare delle ipotesi, è il “cetriolo di mare”. La nuova scommessa che parte da Alghero è l’oloturia. Non quella che si pesca nei nostri mari, ma la specie che si può mangiare, che si trova nell’oceano Indiano e nell’oceano Pacifico ed è un elemento fondamentale di alcuni dei piatti propri della tradizione culinaria e gastronomica orientale.

Secondo una stima approssimativa, un chilo di oloturie commestibili essiccate può costare anche 600 euro. Un dato che ha stimolato la fantasia e il coraggio di alcuni algheresi. La società cooperativa Vivarium, per esempio, con sede in via Torricelli 13, ha fatto domanda di concessione demaniale marittima per acquacoltura di uno specchio d’acqua di mare territoriale nel golfo di Alghero per la realizzazione di un impianto di allevamento di oloturie.

A darne notizia è l’assessorato regionale dell’Agricoltura, al quale i soci di Vivarium avevano presentato l’istanza per lanciarsi in questa singolare iniziativa economica. Al Servizio Pesca e Acquacoltura, per essere precisi, dal quale è arrivato il comunicato che il 27 febbraio scorso ha portato alla pubblicazione dell’istanza di concessione per cui ad Alghero potrebbe sorgere quanto prima un allevamento di “cetrioli marini”. Dei quali ora si scopre una parentela neanche troppo lontana con il riccio di mare: dopo essere stata la capitale sarda del bogamarì, la Riviera del corallo ambisce così a un nuovo primato, anche se ipotizzare una “Sagra dell’oloturia” a stretto giro di posta sembra davvero impensabile.

È più ragionevole pensare che l’iniziativa imprenditoriale messa in moto dalla società cooperativa algherese punti apertamente a rifornire di prodotto essiccato, o comunque predisposto per la conservazione e l’esportazione, il mercato giapponese, quello indonesiano e quello cinese. Dove l’oloturia, alla faccia del suo aspetto e dei soprannomi che gli sono stati affibbiati nell’isola, è considerato una prelibatezza. Lo specchio d’acqua individuato dovrebbe essere

lo stesso in cui, sino a qualche anno fa, si era insediata un’altra realtà produttiva dedita all’acquacoltura. All’epoca si allevavano spigole e orate, molto più semplicemente, e anche in quel caso Alghero fu una delle prime in Sardegna. Questa volta la scommessa è ancora più ambiziosa.

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