la testimonianza 

«Costretto a emigrare in Tunisia per non morire in fondo al mare»

ALGHERO. «Mi sono trasferito in Tunisia per lavorare, qui invece si muore». Giuseppe Paddeu è un corallaro di 37 anni, come lo era suo padre anche lui vittima del mare. La barca utilizzata da Dino...

ALGHERO. «Mi sono trasferito in Tunisia per lavorare, qui invece si muore». Giuseppe Paddeu è un corallaro di 37 anni, come lo era suo padre anche lui vittima del mare. La barca utilizzata da Dino Robotti, era una barca della famiglia Paddeu. Quasi un sopravvissuto, Giuseppe Paddeu. Non agli abissi marini ma alla burocrazia.

«Eravamo 35 corallari, 35 imbarcazioni in tutta l’isola. Ufficialmente ne sono rimaste 5 ma in realtà sono solo tre – aggiunge –. Rispetto al resto del Mediterraneo (Tunisia, Marocco, Croazia, Grecia, Francia e Spagna) abbiamo una stagione limitata a 4 o 5 mesi mentre in quei paesi si lavora tutto l’anno». E questo comporta maggiori rischi. «Certamente – sottolinea –: con una stagione così breve sei “quasi” costretto a entrare molto spesso. I rischi aumentano così in maniera proporzionale: basta un’ora di sonno in meno, un farmaco anche per bambini, un vecchio raffreddore e l’immersione diventa estremamente pericolosa». Un mestiere difficile che, inoltre, non può contare su alcuna copertura assicurativa. «Credo che sia normale, chi crede che sia così pazzo da stipulare una polizza con chi rischia la vita tutti i giorni – racconta ancora Giuseppe Paddeu – . E quando uno di noi muore, muore anche l’impresa che spesso è a conduzione familiare».

La burocrazia e norme restrittive lo hanno costretto a lasciare la Sardegna. «In Tunisia e in Marocco l’uso del Rov è tollerato anche se sono molto meticolosi quando si tratta di strumenti che potrebbero essere utilizzati dai terroristi. Però ti lasciano lavorare – aggiunge Giuseppe Paddeu –. Normalmente lo usiamo per perlustrare la zona delle immersioni, ma è possibile utilizzare il rov anche per prelevare il corallo».

La diminuzione dei corallari,
inoltre, ha effetti negativi anche sull’ambiente. «Non è raro che alcune imbarcazioni vadano a “strascicare” dove prima c’eravano solo noi – spiega Paddeu – , reti e catene che distruggono il fondale, cioè il luogo di riproduzione di quasi tutte le specie marine». (p.s.)

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