Processo Dore-Alzheimer a Sassari, la mamma del giovane suicida: «Mio figlio sorrideva alla vita»

Secondo l'accusa il giovane potrebbe essere stato indotto a togliersi la vita in seguito agli incontri con alcuni imputati

SASSARI. «Luca era un ragazzo solare, meraviglioso, non si è mai svegliato triste la mattina: prima ancora degli occhi apriva la bocca per sorridere...».

Ma per il dottor Mario Piredda, fisiatra che lo aveva seguito per un dolore alla spalla, quel ragazzo in realtà «non aveva solo un problema fisico ma anche psicologico, a suo dire dovuto a un trauma che bisognava cercare di far venire fuori. E ci consigliò una visita con un suo amico: il neurologo Giuseppe Dore».

A raccontare i retroscena della morte di Luca Scognamillo – che si suicidò a soli 22 anni il 15 giugno del 2012 – è sua mamma Maria Andreina Uldanck. Insieme al marito si era rivolta agli avvocati Alberto Sechi e Danilo Mattana e aveva presentato un esposto in Procura. Parla dal banco dei testimoni – citata dal procuratore Gianni Caria – nel processo che si sta celebrando davanti al collegio presieduto dal giudice Mauro Pusceddu (a latere Sergio De Luca e Giulia Tronci) che oltre al neurologo di Ittiri Giuseppe Dore, vede come imputati i colleghi Marinella D’Onofrio, Mario Piredda e altri medici, politici, dirigenti Asl dell’epoca e familiari di pazienti, accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, abuso d’ufficio, maltrattamenti, lesioni, sequestro di persona e – nel caso specifico di Luca Scognamillo – di omicidio colposo (contestato solo ai medici Mario Piredda, Giuseppe Dore, Marinella D’Onofrio e Massimo Lai. Piredda, difeso da Elias Vacca e Antonello Pais, è stato però prosciolto dalle accuse di maltrattamenti e lesioni). La Procura è convinta che il ragazzo sia stato in qualche modo “indotto” a farla finita in seguito ad alcuni incontri con Dore e Piredda.

Sotto accusa la Psiconeuroanalisi, la cura che Dore definiva miracolosa per l’Alzheimer e che, secondo il pm, prevedeva maltrattamenti sui pazienti in nome di una “rinascita”. Una terapia che rinnegava la somministrazione di medicinali e in alcuni casi prevedeva anche che i familiari – come loro stessi hanno più volte detto in aula – mostrassero «distacco e rigidità» nei confronti dei propri cari malati.

«I problemi di mio figlio, un ragazzo molto sportivo che faceva nuoto agonistico, erano cominciati in seguito a uno strappo alla spalla che aveva riportato durante un esercizio in palestra». Dopo una serie di consulti (un’ecografia evidenziò una borsite) Luca era approdato da Mario Piredda: «Ci disse che non era niente di preoccupante, che spesso gli sportivi ne soffrivano e che in tre o quattro sedute avremmo risolto». Ma in realtà non avvenne questo. «Piredda chiese a Luca come andasse all’Università. Lui studiava Giurisprudenza e scriveva anche poesie, gli pubblicarono persino due libri. Mio figlio rispose che si era un po’ bloccato con gli studi perché quei dolori erano fastidiosi tanto che aveva difficoltà persino a tenere la penna in mano. Il consiglio di Piredda fu quello di leggere un libro filosofico, poi di chiuderlo e scrivere ciò che ricordava. Di lasciar perdere la poesia perché sviluppava la parte emozionale del cervello che lo faceva sentire più debole. E ci fece un parallelismo con un altro suo giovane paziente ospedalizzato e finito in sedia a rotelle». In seguito a questo Luca ebbe attacchi di panico, Piredda chiamò i genitori: «Ci disse che non doveva più prendere farmaci e ci consigliò una visita con il dottor Dore». E quell’incontro ci fu. «Dore ci sembrò aggressivo – continua la teste – Quando mio figlio provava a spiegare ciò che aveva lui gli diceva: “Ma il medico sei tu o sono io?”. Alla fine ci confermò la diagnosi di Piredda dicendoci di continuare con lui che eravamo in ottime mani».

Ma il ragazzo peggiorava giorno dopo giorno: «Non usciva più, trascinava le gambe. Mi raccontò che un giorno Piredda gli disse: “Non l’hai ancora capito che i tuoi genitori sono i tuoi carcerieri?”. Lo convinse di essere affetto da un disturbo di personalità narcisistica. Un narcisista negativo». Luca raccontò alla madre, con la quale aveva un rapporto strettissimo, che Piredda gli aveva detto «che avrebbe dovuto staccarsi dai suoi genitori». Poi erano subentrati anche «i brutti pensieri». «Me lo disse lui – riferisce sempre Andreina Uldanck – Gli chiesi se avesse pensato al suicidio. Mi rispose: “quello è il meno grave”». E cosa poteva esserci allora di più brutto? «Mamma – mi disse un giorno – ho pensato di ammazzare te e poi me. Perché dottor Piredda ha detto che in ognuno di noi c’è
un killer emozionale».

Il malessere peggiorava, il ragazzo era stato visto anche dallo psichiatra Polano (sentito ieri in aula) che gli aveva prescritto una terapia antidepressiva. Fino ad arrivare al 15 giugno. Luca esce di casa, va verso il ponte di Calabona e si butta giù.

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