L’agente arrestato ad Alghero: «Vado a vedere ma non garantisco nulla»

L’inchiesta per spaccio di droga, il poliziotto ora in cella “rassicurava” gli indagati. I nove rinchiusi in carcere non hanno risposto alle domande del giudice

ALGHERO. «Io, piano piano, mando affanculo tutti quanti, Corrà».

E “Corrà” (ossia Corrado Usai) sembrerebbe d’accordo con il suo interlocutore, Francesco Porceddu: «Credimi cazz... molliamo l’osso...».

La conversazione intercettata dalla polizia è quella tra due dei quindici arrestati giovedì mattina per spaccio di droga e dimostra che temevano di essere scoperti. Usai, imprenditore algherese del settore nautico, è talmente preoccupato che decide di chiamare un amico poliziotto, Pasqualino Dimaio, suo cliente in quanto proprietario di una barca che gli affida per le riparazioni e la manutenzione. I due fissano un appuntamento, si vedono, parlano. Il giorno successivo Usai incontra Giovanni Canu (un altro degli arrestati) e stavolta sembra essere ben informato sui controlli delle forze dell’ordine previsti ad Alghero e dice all’amico: «Chissà adesso stasera, con questa storia...Me l’ha fatta vedere sul cellulare... No, no, sono tutti e tre collegati». Secondo la Procura questa è la prova del fatto che Corrado Usai il giorno prima era stato «chiaramente informato di un servizio congiunto tra polizia di Stato, guardia di finanza e polizia municipale inerente il contrasto allo spaccio di droga. Servizio che si è svolto effettivamente quel pomeriggio e tra il personale della polizia era stato impegnato, tra gli altri, proprio l’assistente capo Pasqualino Dimaio». Per gli inquirenti «è evidente che è stato quest’ultimo a informare Usai dell’operazione (facendogli vedere la foto dell’ordine di servizio che viene comunicato al personale anche con l’applicazione Whatsapp)».

Sono alcuni retroscena dell’operazione Rewind. Ieri mattina, i nove indagati rinchiusi in carcere sono rimasti in silenzio davanti al giudice Michele Contini durante l’interrogatorio di garanzia. L’inchiesta coordinata dal procuratore della Repubblica Gianni Caria ed eseguita sul campo dagli agenti del commissariato di Alghero al comando di Claudia Gallo, ha consentito di smantellare una rete di spacciatori che smerciava quantitativi imponenti di cocaina ed eroina. Nove sono finiti in carcere – tra questi spicca l’assistente capo della polizia Pasqualino Dimaio – e cinque ai domiciliari. I primi, assistiti dagli avvocati Antonio Secci, Elias Vacca, Stefano Porcu, NIcola Lucchi, Giuseppe Talanas e Dionigi Porcu, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. I legali hanno chiesto per tutti l’attenuazione della misura e il giudice si è riservato di decidere. Gli altri ai domiciliari saranno invece interrogati lunedì mattina.

È chiaro che la posizione più delicata è quella di Dimaio. Dalle intercettazioni è emerso il rapporto di amicizia con l’imprenditore Usai. «Intanto io vado... – gli dice un giorno Dimaio – ho il tempo di andare a vedere qualcosa, però non ti garantisco niente di...». Condotte, quelle dell’agente, «rilevanti penalmente» per gli inquirenti. Dimaio era cioè consapevole «di contribuire anche in minima parte alla realizzazione di una condotta più articolata. E ha consentito all’altro indagato Usai di evitare dei controlli di polizia proprio mentre quest’ultimo era intenzionato a effettuare cessioni di sostanze stupefacenti». Non si parla quindi solo di favoreggiamento o di rivelazione
di segreti d’ufficio ma di concorso in attività di spaccio. «Tale concorso – è scritto nell’ordinanza – si evince anche dal fatto che Dimaio ha espressamente riferito all’indagato Usai che gli avrebbe fatto sapere di ulteriori microspie o attività di intercettazione nei suoi confronti».

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