Vi racconto il mio "Padre padrone"

L'attore Omero Antonutti ricorda le polemiche che accompagnarono l'uscita del film

Per anni è stato ostaggio di un pastore sardo. «Il colmo è che quel pastore ero proprio io - chiarisce la vittima/carnefice -. O meglio, ero io che recitavo nella parte di un uomo di altri tempi: duro e rozzo quanto si vuole, ma certamente genuino». Anche troppo per il pubblico che alla fine degli anni Settanta si ritrovò al Teatro Alfieri di Cagliari per assistere alla presentazione di «Padre padrone», il film dei fratelli Taviani tratto (molto fedelmente) dall’omonimo best-seller di Gavino Ledda. «Mi avevano invitato per raccontare la mia esperienza sul set, ma fu un disastro: credo di non aver mai sentito così tanti fischi e insulti in vita mia», ricorda a trent’anni di distanza Omero Antonutti, classe 1935, interprete nella pellicola del severissimo Abramo. Il padre padrone, appunto. Un tipo che già al primo giorno di scuola aveva strappato il figlio dai banchi per portarlo in un ovile a custodire le pecore. E che con assoluto senso del possesso aveva detto alla maestra: «Gavino è mio».
 Tutto vero, naturalmente, visto che il romanzo di Ledda, ambientato nelle campagne di Siligo a partire dagli anni Cinquanta, è autobiografico. Peccato, però, che i sardi in quel ritratto crudo e arcaico della propria cultura pastorale non si riconobbero. O forse non sopportarono che una simile immagine dell’isola venisse diffusa in tutto il mondo (il romanzo è stato tradotto in quaranta lingue e il film ha persino vinto la Palma d’Oro a Cannes). Sta di fatto che la polemica non si esaurì in pochi anni: «Un’altra volta mi ospitarono in Sardegna per una manifestazione alla quale erano invitati pure altri personaggi famosi - continua l’attore -. Appena misi piede sul palco non riuscii neanche a pronuciare una parola che subito dalla platea partirono le offese. Tanto che il presentatore della serata mi lasciò in mano il microfono dicendomi: “Arrangiati”. E pensare che io volevo spiegare al pubblico che quel film poteva essere ambientato ovunque, che non vi era nessuna analisi di un popolo, ma semplicemente del rapporto conflittuale tra un padre e un figlio. Insomma, un tema universale, tanto è vero che abbiamo ricevuto grandi consensi persino negli Stati Uniti, dove una donna mi ha confidato: “Questi scontri generazionali c’erano anche nelle nostre campagne, anche se al posto delle pecore dovevi badare a mucche e cavalli”».
 Ma a lamentarsi non furono soltanto i sardi qualsiasi. «Una volta, quando il capo dello Stato era Francesco Cossiga, andammo a presentare il film al Quirinale - racconta ancora Antonutti -. A un certo punto il presidente mi prese da parte e mi chiese: “E’ lei, vero, che nel film ha fatto il padre di Gavino?”. E io, aspettandomi una stretta di mano: “Sì sì, sono proprio io”. Ma Cossiga mi gelò: “Bene, allora sappia che a me questa pellicola non è piaciuta affatto. Sa, noi sardi i panni sporchi preferiamo lavarli in famiglia. E siamo anche permalosi”. Ci rimasi malissimo».
 Ma con il senno di poi, tenuto conto del successo planerio dell’opera, ad Antonutti «Padre Padrone» ha regalato più onori o più fastidi? «Sinceramente più fastidi - sospira lui - soprattutto perché soltanto negli ultimi anni si è fatta una valutazione seria di questo film e di quello che i fratelli Taviani intendevano realmente raccontare. Di sicuro per me rimettere piede in Sardegna è stato molto faticoso. Da poco, tuttavia, sono tornato a Cagliari per intervenire a una tavola rotonda su «Padre Padrone» e ho notato con gioia che il pubblico, composto in prevalenza da giovani, ha compreso perfettamente il senso della pellicola. Meraviglioso, certo. Ma ce n’è voluto di tempo».
 Antonucci - che ha continuato la sua carriera artistica lavorando soprattutto in teatro - vuole ricordare anche la figura (quella storica) del patriarca Abramo Ledda, scomparso all’inizio di quest’anno. «Ho appreso la notizia dai giornali e ho provato una grande emozione - racconta l’attore -. Sebbene, per quanto possa sembrare strano, io il padre di Gavino non l’abbia mai conosciuto». Esigenze di regia. Furono i fratelli Taviani, infatti, a vietare tassativamente l’incontro tra i due. «Volevano che io il personaggio me lo inventassi - spiega - e se l’avessi visto in carne e ossa avrei rischiato di imitarne inconsapevolmente i tratti caratteriali. Ma i registi mi chiedevano altro: immaginavano un tipo sopra le righe, un po’ poetico, insomma, come dimostra quella scena in cui Abramo fa una corsa assolutamente innaturale mentre urla che vuole uccidere il figlio». La parte, poi, inizialmente doveva essere affidata a Gian Maria Volontè. «E’ vero - conferma Antonutti - ma lui alla fine non accettò. Riteneva che nella sceneggiatura il ruolo di Abramo fosse troppo secondario. Poi la pellicola, girata in 16 millimetri, era destinata alla televisione. E questo un grande come Volontè non lo avrebbe mai accettato».
 Ma Abramo Ledda era un davvero un padre crudele? «No - risponde secco chi ne ha indossato i panni sul set - ho sempre pensato che in fondo, proprio come ogni papà, volesse il bene di suo figlio. Che volesse in buona fede trasmettergli tutto il suo sapere. Un sapere di campagna, evidentemente».
 La sequenza più toccante del film?
«Quella in cui Gavino all’improvviso si ribella al padre che vuole abbassare la radio e lo colpisce con violenza - conclude Antonutti -. Ricordo che durante quella scena nelle sale partiva un lunghissimo applauso. Ma a pensarci bene anche queste reazioni del pubblico sono storie di altri tempi».

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