Portovesme

Gli ecologisti: col bioetanolo l'agricoltura è a rischio

Il progetto di coltivazione della canna da cui estrarre l'eco-carburante richiederebbe un quantitativo d'acqua tale da compromettere le altre ben avviate produzioni sulcitane

PORTOVESME. Il progetto del gruppo Mossi & Ghisolfi per produrre bioetanolo a Portovesme con le materie prime provenienti dalla coltivazione di migliaia di ettari di canneti entra nel mirino degli ambientalisti. A sollevare dubbi è il Gruppo d’intervento giuridico.

«A Portovesme – si legge in un comunicato del gruppo ecologista – contiguo allo stabilimento Alcoa, il gruppo Mossi & Ghisolfi (fatturato dichiarato 3 miliardi di dollari, 2.300 dipendenti, seconda azienda chimica in Italia, pioniere del bioetanolo) intende produrre un eco-carburante di seconda generazione, grazie a un brevetto innovativo: si tratta di un carburante per autoveicoli derivato dalla cellulosa estratta dalle canne (Arundo donax). La promessa è allettante, a prima vista: 100-150 posti di lavoro, altrettanti nell’indotto in agricoltura, per un investimento di 220-250 milioni di euro, seicento/ottocento posti di lavoro in fase di costruzione». Il Grig fa notare che si tratterebbe di un vero colpo di fortuna in una delle zone socialmente più disgraziate d’Italia.La Mossi & Ghisolfi e pronta a realizzare altri due impianti simili in Sicilia, a Gela.

«Ognuno dei tre stabilimenti progettati – si legge nella nota del Gruppo d’intervento giuridico – produrrà 80mila tonnellate di bioetanolo all’anno (e tratterà 400mila tonnellate di biomassa secca). La produzione totale di 240mila tonnellate sarà pari a circa un terzo della domanda italiana di biocarburante al 2020. L’obiettivo, quindi, è contribuire al raggiungimento del 10 per cento di carburanti verdi (direttiva n. 2003/30/CE) rispetto al totale fissato dall’Unione europea per il 2020, con 720 milioni di euro d’investimento totale, in buona parte fondi pubblici. Per l’impianto di Portovesme il 55% dei fondi sarà assicurato da prestiti pubblici a tasso agevolato, da rimborsarsi in 8 anni, mentre il 45% da investitori privati (in particolare il Texas Pacific Group). Il progetto, rientrante nel Piano Sulcis, pare in dirittura d’arrivo, come afferma il delegato del presidente Pigliaru per l'attuazione del Piano Sulcis, Tore Cherchi.

Tutto rose e fiori, quindi? Nemmeno per sogno. A parte il fatto che, seppur ridotto rispetto a quelli di prima generazione, non sarebbe trascurabile l’impatto sui cambiamenti climatici degli eco-carburanti di seconda generazione, sembra che per produrre il quantitativo di canne necessario per il funzionamento dell’impianto di Portovesme sarebbero necessari ben 5mila ettari di coltivazione, cioè l’intero comparto irriguo del Sulcis, attualmente incentrato nella zona di Tratalias-Giba. Sembra poi che il fabbisogno idrico annuo sia pari a 5mila metri cubi per ettaro, cioè ben 25 milioni di metri cubi di acqua all’anno.

Una follia, la fine di qualsiasi prospettiva di crescita, ma anche di mantenimento, del settore agricolo sulcitano. Addio al Carignano del Sulcis? Forse. Alla monocultura industriale in quel del Sulcis vorrebbero aggiungere anche una bella servitù agricola e idrica. Ancora oggi

i dettagli progettuali non sono stati scandalosamente pubblicizzati ufficialmente, ma impianti simili devono essere preventivamente assoggettati al procedimento di valutazione di impatto ambientale (Via). Vi interverremo, per difendere ambiente e salute, fin troppo massacrati nel Sulcis».

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