Portovesme, ambientalisti: la nuova centrale Eurallumina pericolosa per la salute

Il Gruppo di intervento giuridico entra nel merito della valutazione di impatto ambientale in corso all'assessorato regionale, dall'impianto dipende la ripresa produttiva di Alcoa

PORTOVESME. Gli ecologisti del Gruppo di intervento giuridico attaccano il progetto di ammodernamento dello stabilimento dell’Eurallumina a Portovesme perchè altamente inquinante.

L’associazione è intervenuta oggi nel procedimento di valutazione di impatto ambientale, da tempo in corso all’assessorato regionale all’Ambiente, sotto «stretto controllo» degli operai dell’impianto, per chiedere che l’intervento sotto esame sia dichiarato non compatibile dal punto di vista ambientale «per gli eccessivi impatti sul territorio e sulla salute pubblica in un’area già a rischio».

Secondo gli ecologisti «si tratta, in buona sostanza, del riciclaggio del progetto di un impianto di cogenerazione alimentato a carbone proposto nella primavera scorsa dalla EuralEnergy sempre a Portovesme».

Il progetto contestato - secondo quanto affermano gli esponenti del Gruppo di Intervento Giuridico - prevede la realizzazione e l’esercizio di una centrale termica cogenerativa alimentata a carbone (potenza 285 MWh) per garantire la totale copertura delle necessità di energia termica ed elettrica degli impianti di lavorazione della bauxite dell’Eurallumina, impianti che riprenderebbero la produzione in caso di realizzazione ed entrata in esercizio della nuova centrale.

La centrale esistente sarebbe utilizzata solo in caso di fermata di quella attualmente in progetto, l’impianto di abbattimento delle polveri sarebbe in uso anche per l’abbattimento dei contenuti inquinanti dei fumi dell’attuale centrale.

Insomma, con la nuova centrale ripartirebbe l’Alcoa e centinaia di operai riprenderebbero il lavoro. Però - obiettano gli ecologisti dell’associazione guidata da Stefano Deliperi -, ambiente e salute ne risentirebbero. E non poco. Infatti, l’intero territorio comunale di Portoscuso rientra nel sito di interesse nazionale per le bonifiche ambientali del Sulcis-Iglesiente-Guspinese per il quale, secondo quanto prevede la normativa vigente, la necessità - sempre secondo gli ecologisti - è che i carichi inquinanti diminuiscano anzichè aumentare mentre ora «la situazione ambientale/sanitaria dei residenti di Portoscuso, in particolare della fascia infantile, è già al limite del collasso» mentre «la stessa catena alimentare è compromessa».

A Portoscuso, spiega l’associazione citando diverse ordinanze, «non si può vendere il latte ovicaprino nè fare allevamento ovicaprino, non si possono raccogliere mitili e crostacei, non si possono vendere frutta, verdura e vino, chi li consuma lo fa a proprio rischio e pericolo».

Anche sotto il profilo energetico, argomentano ancora gli ecologisti, «non emerge quella necessità di nuovi impianti produttivi, a fronte di un eccesso del 21,3% di energia prodotta in Sardegna rispetto al fabbisogno e già oggi esportata verso la Penisola e la Corsica (dati P.E.A.R.S.,

gennaio 2014), per giunta un impianto alimentato da combustibile fossile come il carbone, foriero di ulteriori emissioni di CO2 e di altri elementi non favorevoli al miglioramento qualitativo dell’aria e delle altre componenti ambientali, con indubbi riflessi sulla salute pubblica».

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