Barley va a tutta birra con il gusto di uva sarda

Due amici trasformano una passione in un solido stabilimento, usano materie prime isolane innovative per il tipo di prodotto e in none hanno raggiunto anche i mercati dell'Australia e Sud Corea

CAGLIARI. L'ispirazione è arrivata ai tempi del liceo e dell'università bevendo le 0,20 o le 0,40 e le bottiglie da 33 cl in uno dei primi e leggendari pub di Cagliari, il Merlo parlante. Lì un paio di generazioni sono state folgorate sulla via di Damasco: la birra non era più solo quella comprata nel negozio sotto casa, certo buona e fresca, ma più o meno sempre simile a se stessa. No, lì, tra i banconi grezzi con incisioni e scritte a pennarello, con la colonna sonora dei fischi del merlo (un volatile vero), si apriva una nuova mappa geografica dei sapori: Inghilterra, Belgio, Francia, Danimarca, la allora Cecoslovacchia. C'è chi ha bevuto, ha pagato e ha salutato. E c'è chi quei gusti non se li è più tolti dalla testa. E, a distanza di anni, ha deciso: far sentire attraverso una birra aromi e profumi della propria terra, del proprio paese, si può fare anche in Sardegna.

In nove anni il raddoppio. Qualche prova artigianale in cucina con la strumentazione ordinata via posta, giusto per vedere se si trattasse di un capriccio o una vera passione. Poi le cose sono diventate serie. Anzi serissime. Prima, nel 2006, uno stabilimento a Maracalagonis da 600 ettolitri all'anno. Poi il raddoppio, nel 2015, con un'altra struttura perché stava diventando impossibile fare fronte alle richieste: soprattutto in estate a tre persone su quattro bisognava dire no perché le bottiglie erano finite. Barley, questo è il nome della birra sarda che ora viaggia in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all'Europa. E ora, grazie a un importatore di altissimo livello, anche in Corea del Sud. In giro per il globo, ma sempre legati alle campagne sarde, da Maracalagonis a Magomadas. Da lì partono ispirazione e linfa. Con dei primati che la rendono una birra unica. Primi a produrre la birra dalla sapa del mosto cotto, quello che si usa per fare il pani e saba e le pabassinas. Inimitabile. Ma per distinguersi ancora di più il birrificio Barley ha superato se stesso: birra col mosto concentrato a freddo. «E qui è impossibile imitarci - racconta soddisfatto Nicola Perra, 50 anni, di Maracalagonis, titolare del birrificio insieme a Isidoro Mascia, 56 anni - ci sono troppe variabili, anche legate al tempo di raccolta nei vitigni, che non si possono replicare».

L'ultimo filone è nato tre anni fa. Si usa una tecnologia, finora utilizzata solo per i vini, che consente la concentrazione per evaporazione sotto vuoto. Quindi a bassa temperatura. «Questo consente - racconta Nicola Perra - di catturare gli aromi originari che in altre preparazioni finiscono irrimediabilmente per perdersi».I vitigni. Malvasia di Cagliari, Moscato sempre di Cagliari, Nuragus (in questo caso con mix tra mosto cotto e concentrato a freddo). L'ultimo esperimento è stato con il vermentino. «Uno dei vantaggi è che se vuoi fare una chiara - spiega Nicola Perra - la birra rimane chiara, sembra una spremuta d'uva. Un prodotto giocato sulla freschezza. Con questo sistema ci si può davvero divertire. Ed è, diciamo così, antiplagio: mentre altre tipologie sono state imitate - e questo lo considero un complimento - qui è impossibile. Ogni nostra birra al mosto d'uva è sempre il risultato, dall'idea alla produzione, di un progetto di un anno».

Un legame fortissimo con le campagne. «Abbiamo i nostri fornitori - racconta Nicola Perra - in virtù di accordi legati a questioni di tracciabilità. Sono mosti provenienti da uve coltivate dalla cantina Argiolas di Serdiana e, per la malvasia, dalla cantina Zarelli, a Magomadas. L'idea è stata subito quella di lavorare sui vitigni autoctoni. Nella Bb10 abbiamo messo il mosto cotto di uve cannonau. Nel 2008 siamo passati nella Evò al mosto cotto di uve nasco. È una specialità di Mara e dintorni: abbiamo tre birre fatte così, ci teniamo moltissimo. La mia famiglia, sia da parte di madre sia di padre, ha sempre avuto vigneti. Non poteva che andare così: facciamo una birra che utilizza la produzione viticola».

Piace anche ai tedeschi. La svolta è stato proprio il mosto. «Per l'uso nella birra del mosto d'uva siamo stati i primi in Italia - continua il titolare del birrificio Barley - per il mosto cotto i primi nel mondo. Così come per il mosto concentrato a freddo. Tutto era partito come un esperimento: ce l'avevano davanti agli occhi quando si preparavano i dolci, nessuno aveva pensato alla birra». Gli affari? Vanno bene: il fatturato annuo sino al 2015 si aggirava intorno ai 500mila euro. Ora, con il raddoppio della produzione grazie al nuovo stabilimento, fare i conti è abbastanza semplice. Sedici le birre proposte, nove in doppio formato. E si riesce a far bere Barley anche ai tedeschi. «In realtà la Germania - spiega - è un mercato molto particolare che chiede soprattutto birra industriale per i grandi boccali. In generale i tedeschi sono disposti a spendere per il vino, ma non per la birra come la produciamo noi. Per questo siamo nelle tavole dei ristoranti italiani e nel mercato delle delicatessen tra Amburgo, Francoforte e Monaco. Un discorso simile, forse anche di più, vale per l'Australia: ma, nel modo giusto, siamo anche lì, a Sydney e Melbourne».

I premi. Non solo riconoscimenti dal mercato, ma anche dalla critica. Con premio Chiocciola nel 2017 dalla Guida alle

birre d'Italia di Slow food, Bibenda nel 2016, Capriccio divino nel 2016. E tanti altri. Anche la Corea del Sud nella lista degli estimatori con entusiastiche recensioni nelle riviste di settore. Prossima puntata: il villaggio della birra a Barcellona. Spagna, un altro paese da conquistare.

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