Annino Mele: il carcere annienta, parola di ergastolano

La presentazione a Cagliari del nuovo libro dell'ex primula rossa dell'Anonima sarda nell'ambito della rassegna letteraria "Storie in Trasformazione 2018"

CAGLIARI. Carcere sotto accusa. «Annienta». E la condanna arriva da uno che lo conosce molto bene: Annino Mele, ergastolo per omicidio e sequestri di persona, ora in libertà condizionale, è stato in prigione per 31 anni. Ora, a 67 anni, lo scrive nei libri e lo ribadisce negli incontri pubblici: «Bisogna trovare altre soluzioni». E non è una ribellione di chi dopo tre decenni non ne poteva più: rispetto all'uomo con i baffoni catturato nel 1987 dopo una lunga latitanza, Annino oggi è un'altra persona. Consapevole anche degli errori del passato: «So che cosa è l'isolamento. E la privazione della libertà. Anche io ho contribuito a negarla ad altre persone».

La sua perdita della libertà risale, racconta all'Ansa, a quando aveva quattro anni. Allora non era detenzione, ma una situazione difficile, una brusca uscita dall'infanzia. Il riferimento è alle delicate e sanguinose vicende di faida nella sua Mamoiada, a pochi chilometri da Nuoro. «La libertà l'ho riconquistata più tardi - precisa - anche quando sono andato in carcere. È stata una crescita della libertà interiore, una maturazione dentro di me cresciuta soprattutto per dare delle indicazioni a mio figlio». Un passaggio fondamentale è stato anche l'appello, dopo la cattura dell'87, per la liberazione di un ostaggio. «Non è stata una svolta - chiarisce - ma un momento importante: mi sembrava giusto farlo, non volevo che fosse fatto del male a una persona».

Da allora sono passati tanti anni di carcere, i primi permessi, l'affidamento a una comunità nel nord Italia. «Dal negativo - sintetizza lui riflettendo sulla condizione generale delle carceri - si può costruire anche del positivo, ma bisogna cambiare qualcosa». E continua: «Il problema è abbastanza serio. Da poco ho sentito un politico che ha detto che, una volta al Governo, avrebbe buttato le chiavi per i reati di sangue. Si tratta di tragedie che riguardano anche i familiari. Si ricorre ancora una volta a forme di allarmismo. Non ci rendiamo conto che stiamo diventando una società repressivo-poliziesca. Parallelamente anche la nostra società sta diventando sempre più violenta. Dobbiamo trovare il modo di cambiare, di migliorare. Perché il carcere non è la soluzione. In altri Paesi europei i penitenziari vengono distrutti, non ne vengono costruiti di nuovi». Il carcere è una ferita della società, riassume nel suo ultimo libro «Il male dell'ergastolano. Ovvero il tarlo della morte» (Edizioni Sensibili alle Foglie), presentato ieri 7 settembre a Cagliari nell'ambito della rassegna letteraria Storie in Trasformazione 2018 – MutAzioni, ideata da Marina Boetti della libreria Edumondo per portare alla luce storie di cambiamenti.

«Quando sono uscito il primo giorno dal carcere, ero accompagnato da una persona, ed è stata una fortuna - dice ripescando dal suo recente passato - Non camminavo bene, troppo spazio, mi paragonavo a un bambino che cominciava a muovere i primi passi. Mi ricordo la difficoltà nella scala mobile. Tutto era complicato: una telefonata, la metropolitana. Dopo 31 anni dietro le sbarre cambia tutto. E ci si trova spaesati. C'è stato anche chi non è riuscito

a muoversi dal piazzale del carcere. E si è infilato nel bar di fronte e lì è rimasto per ore». E ancora. «Il carcere è un luogo di annientamento - questo il verdetto di Annino Mele - Anche per i giovani. Si esce peggiorati. È un sistema che può essere superato». (Stefano Ambu/Ansa)

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