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Undici milioni di italiani rinunciano alle cure

Undici milioni di italiani rinunciano alle cure

In due anni la spesa sanitaria privata è aumentata di 80 euro a persona. Il nuovo rapporto degli italiani con il servizio sanitario pubblico emerge dalla ricerca Censis-Rbm Assicurazione Salute presentata in occasione del sesto Welfare day. "Meno sanità - si legge nel dossier - vuol dire anche meno salute per chi ha difficoltà economiche"

Rinunciamo alle cure per difficoltà economiche, sempre più paghiamo di tasca nostra prestazioni private, consideriamo peggiorata la qualità del servizio pubblico. Il rapporto tra italiani e servizio sanitario pubblico, come descritto nel dossier Censis-Rbm Assicurazione Salute, non è in questo momento storico proprio idilliaco.

Aumentano gli italiani che rinunciano alle cure. Erano 9 milioni nel 2012 e sono diventati 11 milioni nel 2016 gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie a causa di difficoltà economiche. Sempre più persone quindi non riescono a finanziarsi le prestazioni di cui avrebbe bisogno. In particolare a soffrire il problema sono 2,4 milioni di anziani e 2,2 milioni di millennials (i nati tra gli anni '80 e il 2000). "L'universo della sanità negata tende a dilatarsi", tra "nuovi confini nell'accesso al pubblico e obbligo di fatto di comprare prestazioni sanitarie", si legge nella ricerca. Ma meno sanità vuol dire anche "meno salute per chi ha difficoltà economiche o comunque non riesce a pagare di tasca propria le prestazioni nel privato o in intramoenia".

Cresce di 80 euro la spesa privata. In soli due anni è aumentata di 80 euro a persona la spesa "out of pocket" destinata alla sanità, ovvero quella pagata dagli italiani di tasca propria e non rimborsata dal Servizio sanitario nazionale. Dal 2013 al 2015 si è passati infatti da 485 a 569 euro procapite mentre, nello stesso arco di tempo è salita a quota 34,5 miliardi di euro la spesa sanitaria privata, con un incremento del 3,2%: il doppio dell'aumento della spesa complessiva per i consumi delle famiglie nello stesso periodo (pari a +1,7%). Più sanità, quindi per chi può pagarsela, secondo il rapporto.

Liste d'attesa troppo lunghe. Sono 7,1 milioni gli italiani che nell'ultimo anno hanno fatto ricorso all'intramoenia, il 66,4% dei quali proprio per evitare le lunghe liste d'attesa. Il 30,2% si è invece rivolto alla sanità a pagamento anche perché i laboratori, gli ambulatori e gli studi medici sono aperti nel pomeriggio, la sera e nei weekend.

Meno qualità nel servizio pubblico. Ma a pesare è anche lo scadimento della qualità del servizio sanitario pubblico. Per il 45,1% degli italiani la qualità del servizio sanitario della propria regione è peggiorata negli ultimi due anni: lo pensa il 39,4% dei residenti nel Nord-Ovest, il 35,4% nel Nord-Est, il 49% al Centro, il 52,8% al Sud. Per il 41,4% è rimasta inalterata e solo per il 13,5% è migliorata.

Prestazioni inutili ma no sanzioni a medici. Sempre dal rapporto emerge un altro dato che racconta il rapporto degli italiani con la salute: ammettono di ricevere prestazioni inutili ma sono contrari a sanzionare i medici che le prescrivono. Sono 5,4 milioni i cittadini che nell'ultimo anno hanno ricevuto prescrizioni di farmaci, visite o accertamenti diagnostici che si sono rivelati inutili. Tuttavia, oltre il 51,3% si dichiara contrario a sanzionare i medici che fanno prescrizioni inutili. Il decreto sull'appropriatezza, si legge, "incontra l'ostilità dei cittadini, che sostengono la piena autonomia decisionale del medico nello stabilire le terapie, anche come baluardo contro i tagli nel sistema pubblico". Riguardo, in generale, al decreto anti prescrizioni inutili, che fissa le condizioni che rendono una prestazione sanitaria necessaria e dunque pagabile con ticket invece che per intero, il 64% degli italiani è contrario. Di questi, il 50,7% perché ritiene che solo il medico può decidere se la prestazione è effettivamente necessaria e il 13,3% perché giudica che le leggi sono motivate solo dalla logica dei tagli. Prevale quindi la sfiducia nelle reali finalità dell'operazione appropriatezza, interpretato dagli italiani come "uno strumento per accelerare i tagli alla sanità e per trasferire sui cittadini il costo delle prestazioni".

Il ministro: "Non si fanno le nozze con i fichi secchi. "È chiaro che il Sistema sanitario deve fare i conti con la grave crisi economica che le famiglie stanno vivendo e che questa indagine Censis ci conferma la necessità di difendere l'aumento previsto del Fondo sanitario per il 2017-18, che intendiamo utilizzare tra l'altro per sbloccare il turn over. Deve essere chiaro a tutti che non si possono fare le nozze con i fichi secchi", ha commentato

il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Il problema degli italiani che rinunciano alle cure a causa delle difficoltà economiche, "è conosciuto". La soluzione, afferma, "passa da una profonda riorganizzazione del sistema delle liste di attesa, soprattutto in alcune regioni italiane".

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