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Meningite. Giovanni Rezza: «I casi non sono in aumento ma diagnosi e terapia precoci sono fondamentali»

Mille nuovi ammalati all'anno. Una su dieci muore, tre su dieci riportano esiti gravi e permanenti. La nostra intervista all'epidemiologo e direttore del dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto superiore della sanità

Il primo agosto la morte a Vienna di una diciottenne romana di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù; il 29 luglio il decesso in poche ore di una 24enne di Milano; il focolaio in Toscana, dove solo dall’inizio dell’anno si registrano 25 casi di meningite, un’infiammazione del rivestimento del sistema nervoso centrale. Dobbiamo preoccuparci? «Non c’è un aumento del numero dei casi in Italia», dice Giovanni Rezza, epidemiologo e direttore del dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto superiore della sanità. Ma la guardia non va abbassata: «anche se rari, i casi sono pesanti e se non si interviene precocemente non si riescono a trattare. Possono essere letali». Ogni anno si ammalano mille persone. Una su dieci muore, tre su dieci riportano esiti gravi e permanenti. Basti dire che 15 bambini su 100 hanno complicanze tali da richiedere ad esempio protesi acustiche o degli arti, cicatrici invalidanti, problemi alla vista o deficit neuro-motori. «Diagnosi e terapia precoci - ribadisce Rezza - sono fondamentali».

Perché soprattutto i giovani sono a rischio?
«Gli adolescenti e i tardo adolescenti sono più esposti perché hanno più occasioni di incontro, di socializzazione, e dunque più opportunità di esposizione a virus e batteri, in particolare al meningococco per il quale il contagio avviene solo a distanza molto ravvicinata».

Si può entrare in contatto con il virus senza sviluppare la malattia?
«La maggior parte di chi contrae l’infezione diventa portatore. Poi, non si sa per quale motivo, una tantum, si sviluppa la malattia e spesso in forma grave».

Quanto dura il periodo di incubazione?
«È breve, dura pochi giorni, una settimana al massimo».

Nel caso della studentessa romana si sospetta una meningite da meningococco.
«Sembrerebbe, ma non si sa ancora quale sia il sierotipo se C, B o A. Non sappiamo neanche dove lo abbia contratto, potrebbe essere successo anche fuori Italia».

In cosa consiste la profilassi?
«In questo caso nell’assunzione di una compressa di Ciprofloxacina».

Ma seguire la profilassi mette al sicuro da qualsiasi rischio?
«Riduce il rischio quasi a zero. Basti pensare che per una cinquantina di casi registrati in Toscana nel 2015-2016 non si è verificato nessun episodio secondario».

Presenta effetti collaterali?
«Sono minimi. Per sicurezza è meglio farla».

Ad oggi l’unica terapia disponibile rimane quella antibiotica?
 «Sì. Poi nei casi gravi si passa a una terapia intensiva».

Come si riconosce la meningite?
«La malattia ha una progressione in molti casi rapidissima. Si manifesta con febbre improvvisa, forte mal di testa, rigidità del collo e nuca. Oppure con macchioline sulla pelle. Il rischio è non riconoscere subito i sintomi che si possono confondere in alcuni casi con quelli dell’influenza. Le vaccinazioni, allora, diventano fondamentali per contrastarne la diffusione».


Quali sono i ceppi da cui è più urgente difendersi?
«Il tipo C, che con la vaccinazione dei bambini si pensava sotto controllo, di fatto è quello che sta causando il focolaio in Toscana. Il B è il più comune da quando esiste la vaccinazione contro il C. Esiste, dal primo gennaio 2014, un vaccino mirato a contrastarlo. Poi ci sono sierogruppi come A, Y, W.  Contro questi tre e il C è stato messo a punto un vaccino quadrivalente.  Altri batteri che possono casusare meningite come l’haemophilus influenzae di tipo B e lo pneumococco. Anche in questo caso esistono dei vaccini efficaci. Di solito le forme che creano focolai o sono fulminanti sono quelle da menigococco».

Esistono vaccini contro le forme di tipo virale?
«No, ma in genere sono

più lievi.»

Anche gli adulti devono vaccinarsi?
«Per la meningite B non c'è necessità, per la C dovrebbero farlo le persone che vivono in aree con incidenza di casi maggiore come la Toscana. Non esistono controindicazioni ai vaccini»
 

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