Spiagge sarde a rischio, ecco i piani per salvarle: «Serve il numero chiuso»

Il geologo Sandro De Muro: «È l'unica soluzione per allungare la vita ai lidi». Le regole per la gestione: no alla rimozione della posidonia e niente ruspe

SASSARI. Le conoscono tutti ma pochi sanno cosa sono e il rischio che corrono per colpa di quella che gli esperti chiamano "pressione antropica". Una locuzione che si può spiegare con le fotografie delle spiagge sarde durante l'estate: sottili lembi di sabbia letteralmente invasi da orde di bagnanti. È il caso della Pelosa, il paradiso balneare di Stintino che però sembra pronto a cambiare faccia. Un intervento costoso e radicale che deve ancora essere approfondito dagli esperti del settore, perché il problema non sembra tanto il modo di arrivare in spiaggia quanto il numero di persone che ci arrivano: «È forse l'unica soluzione che può dare sollievo alla spiaggia, soprattutto per un ambiente delicato come quello della Pelosa», spiega Sandro De Muro, professore di Geografia fisica e geomorfologia dell'università di Cagliari, che ha stilato un decalogo per definire la corretta gestione delle spiagge sarde.

Il decalogo. Si parte da una prefazione composta da due definizioni. La prima riguarda un aspetto fondamentale: la spiaggia è un pezzo del mare, non della terra. La seconda è dedicata alla posidonia, che è una pianta marina e non un’alga, come invece viene spesso definita e trattata. La posidonia, e gli altri materiali naturali, nutrono gli arenili e rallentano l’erosione. Le regole per allungare la vita alla spiagge sono semplici. Le prime cinque sono dedicate alla salvaguardia e alla buona gestione: non si devono sottrarre sabbia e conchiglie, la posidonia spiaggiata non deve essere rimossa, non si deve costruire sulla spiaggia, il fondale marino deve essere tutelato, il retrospiaggia è una riserva di sedimento che, se cancellata dal calpestio, potrebbe far ammalare la spiaggia e condurla alla morte. Tre riguardano la sensibilizzazione: la spiaggia è un ambiente delicato, la pulizia dai rifiuti deve essere effettuata a mano e tutti i fruitori devono essere informati della delicatezza del sistema. Le ultime due riguardano la ricerca e il monitoraggio: la prevenzione, che si basa sulla conoscenza scientifica, e la ricerca, che invece prevede un monitoraggio scientifico dell’evoluzione della spiaggia.

Gli esempi di tutela. La Pelosa non è certo il primo paradiso balneare sardo che viaggia verso un regime di tutela particolare. L’esempio più eclatante è la stupenda Spiaggia Rosa di Budelli, nell’arcipelago della Maddalena. Talmente bella che la sua sabbia rosa era praticamente sparita per colpa dello scarso senso civico di tanti turisti che ne portavano a casa una manciata. Adesso la spiaggia è chiusa e la si può ammirare solo dalla barca oppure, da lontano, se accompagnati dalle guide del Parco. L’oasi di Bidderosa , invece, è un paradiso a numero chiuso. L’accesso al sistema che comprende cinque calette all’interno un parco che si estende su 860 ettari è consentito al massimo a 140 auto e 30 moto. Non ci sono limiti per le persone, a accezione di quelli naturali formati da un lungo sentiero da percorre quando il posteggio è sold out.

Sulla stessa costa, ma decisamente più a Sud, c’è un altro capolavoro della natura protetto da una misura che dovrebbe scoraggiare l’eccessiva pressione turistica. Per raggiungere Cala Goloritze bisogna scarpinare per 4 chilometri, superare un dislivello di 400 metri e pagare un biglietto di sei euro. La spiaggia, poi, “chiude” alle 18. Chi arriva in barca , invece, non può avvicinarsi perché la cala è protetta da un sistema di cavi tarozzati. Nel futuro di Cala Biriola , sempre nel Comune di Orosei, c’è invece il numero chiuso secco che, se venisse realizzato, sarebbe il primo in Italia. 300 persone al giorno. Ci sono poi i tentativi più fantasiosi. A Cabras, durante l’estate del 2006, il sindaco aveva provato a vietare l’accesso alle spiagge del quarzo fossile a chiunque indossasse le scarpe. Un provvedimento immaginato per evitare il prelievo involontario della sabbia. Pochi

chilometri più a nord, nella marina di San Vero Milis, l’idea di smantellare il lungomare di Putzu Idu e di sostituirlo con una sistema di passerelle aveva scatenato un’insurrezione popolare e un impasse che ancora blocca i collegamenti tra le borgate marine. Pagina Successiva: 1>>

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