La storia della Sardegna? «In Baviera e a Vienna»

Sabine Enders, una studiosa tedesca che pubblica con un editore nuorese «Quando il duca Massimiliano II Emanuele voleva diventare re dell’isola»

Il Regno di Sardegna ha bisogno di un Re, ma di un Re che possa risiedervi personalmente... poiché, senza esagerare, il Regno di Sardegna diverrebbe sicuramente, per la presenza del suo Re, un vero paradiso terrestre...

«Sì, è una frase scritta da Vincenzo Bacallar Sanna nel 1714. La Sardegna, allora, era sempre stata sotto il dominio dei viceré spagnoli. E Bacallar auspicava un miglioramento della situazione economico-sociale dell’isola. Pensava, infatti, che la realtà politica della Sardegna potesse migliorare con un proprio re che risiedesse qui in terra di Sardegna».

Può essere considerata, questa frase, un primo segnale dell’ideale indipendentista della Sardegna?

«No... non direi. Anche se, naturalmente, quando il re risiede nel proprio Paese, il Paese è più autonomo. Certo è che anche Giovanni Maria Angioy ha ripreso questa frase quasi cento anni dopo rispetto a Vincenzo Bacallar Sanna».

Chi era Bacallar Sanna?

«È stato uno dei politici sardi di maggior spicco nel Settecento. Nato a Cagliari nel 1669 e morto come ambasciatore della Spagna all’Aia nel 1726, è stato un grande diplomatico. È lui che nel 1714 ha dato alle stampa La Sardaigne paranymphe de la paix, in lingua francese, uscito anonimo».

Che lei ha ritrovato e pubblicato per la prima volta in lingua italiana. Come ci è arrivata lei, storica dell’arte, a questo libro?

«È stato un caso. Il mio primo lavoro sulla Sardegna è il libro Vedute sarde di Jacopo Amigoni (Biblioteca di Sardegna editore, Cargeghe 2007). È uno studio sugli affreschi realizzati nel 1728 dal pittore italiano in un monastero della Baviera. Tra questi affreschi, c’è anche una veduta dell’Elefante di Castelsardo, che allora non era conosciuto. È interessante perché nel Settecento erano molto rare le vedute della Sardegna, mentre ce n’erano tante del resto d’Italia, opere di stranieri che viaggiavano in tutta Europa. Insomma: l’affresco di Amigoni era già il segno tangibile di una relazione tra la Baviera e la Sardegna. Durante le ricerche, poi, mi è capitato tra le mani La Sardaigne paranymphe de la paix, un vero e proprio pamphlet... ».

Un pamphlet?

«Sì, un pamphlet per sostenere il progetto di Massimiliano II Emanuele, duca e principe elettore di Baviera che ambiva al titolo di re».

E in Sardegna c’era comunque bisogno di un re per avere l’autonomia?

«Sì, senza un re era soltanto il Regno di Sardegna. La Sardegna era un Regno senza re».

Gli Stati moderni non erano ancora nati, allora...

«No, e non c’erano neppure i nazionalismi. La Sardegna apparteneva da quattro secoli al Regno d’Aragona. Il re d’Aragona era anche il re di Sardegna. Ma nessun re è mai venuto ad abitare in Sardegna».

Quindi, nel 1713-14 c’è stata la possibilità concreta che la Sardegna passasse nelle mani del duca di Baviera Massimiliano II Emanuele?

«Sì. Dopo la guerra di successione spagnola, era in corso la conferenza di pace di Utrecht, siamo nel 1713. Con il primo protocollo era stato stabilito che Massimiliano elettore di Baviera doveva diventare re di Sardegna. Era alleato con il re di Francia Luigi XIV, durante la guerra, e il re di Francia era disposto a dargli come compenso la dignità di re, un rango più elevato rispetto al titolo di principe».

Così non è stato, tuttavia. Ma se Massimiliano fosse diventato re, sarebbe venuto a vivere qui in Sardegna?

«Lui o suo figlio. Lui, durante la guerra viveva in Francia, ci è rimasto per più di dieci anni, e non voleva più ritornare in Baviera. Forse si sarebbe davvero trasferito in Sardegna, ma questa è soltanto una ipotesi. Di certo voleva dividere il suo regno, una parte tenerla per sé, l’altra per il figlio. E forse in Sardegna avrebbe mandato il figlio... chissà?».

C’era anche un piano militare, oltre che politico, per la conquista dell’isola?

«Sì, un piano segreto e anche molto dettagliato. L’ho trovato nell’Archivio di Stato di Baviera. Ma le grandi diplomazie hanno preso un’altra via... Sulla Sardegna, tuttavia, c’è ancora molto da scoprire del cosiddetto periodo austriaco o austriacista. Soprattutto dai documenti che si possono trovare in Baviera e a Vienna».

Se Massimiliano fosse diventato re di Sardegna, sarebbe cambiata anche la Storia dell’Europa moderna?

«No, dell’Europa non direi, ma della Sardegna certamente sì. Lui sperava molto in questo progetto, voleva diventare re con tutto il suo cuore».

Cos’è successo, invece?

«La Sardegna restò in mano all’imperatore Carlo d’Asburgo fino al 1717. Subito dopo è stata riconquistata dagli spagnoli e poi, nel 1720, ceduta ai Savoia. Il sogno del principe elettore di Baviera non si avverò nonostante l’attivo sostegno di Bacallar».

Lei è così sicura che l’autore di “La Sardaigne paranymphe de la paix” sia Bacallar?

«Questo libro è stato sempre attribuito a due autori, Vincenzo Bacallar Sanna e Jean Rousset de Missy, un francese che mai era stato in Sardegna. Nell’Archivio di Stato di Baviera ho trovato documenti inediti dai quali si evince che Bacallar Sanna ha collaborato con l’ambasciatore bavarese a Madrid, il quale a sua volta doveva preparare la presa di Sardegna per conto di Massimiliano II Emanuele. Può darsi che il libro sia stato scritto in spagnolo e poi tradotto in francese per farlo circolare fra tutti i diplomatici del congresso di Utrecht. Il francese, allora, era l’inglese di oggi».

È l’originale del libro dov’è?

«Nell’Archivio di Stato di Torino esiste una versione spagnola e finora si è pensato che si tratti di una traduzione dal francese, ma potrebbe anche essere l’originale. A Stoccarda ho fatto fare un esame calligrafico sulla base di alcuni manoscritti di Bacallar: al 95% sono dello stesso autore del libro conservato a Torino».

Un libro che è anche una preziosa descrizione della Sardegna del Settecento...

«Beh, in parte sì... anche se non è proprio una descrizione. È piuttosto un pamphlet, un’arringa direi... ma che comunque racconta la Sardegna e la sua gente».

Una Sardegna ora riscoperta da una tedesca che studia un pezzo di storia sconosciuta ai sardi. Come mai?

«È stato soltanto un caso. Frequento la Sardegna ormai da venticinque anni... e forse mi ha presa il mal di Sardegna! Durante le mie ricerche in Baviera, poi, ho conosciuto Giuanne Masala,

nuorese, docente di sardo all’università di Stoccarda ed editore. È a lui che ho detto “questo libro deve essere pubblicato in italiano”. E lui ha subito accettato. Io ho scritto il saggio in tedesco, lui e Cesarina de Montis hanno curato le traduzioni».

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