«Tzia Grazia Puxeddu, la vera madre dell’ucciso»

Gianfranco Conti, l’ex funzionario dell’Inps con il pallino della storia «Francesco Ciusa aveva 14 anni quando vide Muredda morto ammazzato»

Chi era la vera Madre dell’ucciso? Chi era la donna che ha ispirato il grande scultore nuorese Francesco Ciusa?

«Si chiamava Grazia Puxeddu. Ecco... una donna nata a Nuoro nel 1835, morta quando aveva 70 anni il 29 settembre 1905... ».

Ma la statua “La Madre dell’ucciso” è del 1907...

«Sì, è vero. La statua è stata ultimata il 2 febbraio 1907. Francesco Ciusa, tuttavia, iniziò a scolpirla nel 1906, ossia: quando Grazia Puxeddu era già morta. Perciò lo scultore non potè prendere lei come modella per la sua opera, una statua raffigurante una donna vecchia, triste, sofferente, con le ginocchia alzate al petto, le braccia intorno alle ginocchia, il busto eretto, la testa alta, con le rughe che le scavano profondamente il viso e nell’atteggiamento di chi compie il rito de “sa ria”, la veglia funebre per un congiunto morto in circostanze tragiche».

E l’ucciso? Chi era il figlio di Grazia Puxeddu, il figlio morto ammazzato?

«Si chiamava Mauro Manca, soprannominato Muredda. Mauro Gavino Manca Puxeddu. Era nato a Nuoro il 16 novembre del 1866. Fu assassinato a Tertilo presso Funtana ’e Littu, nelle campagne di Nuoro, il 3 luglio 1897. Fu assassinato da Giuseppe Lovicu di Orgosolo con la complicità di altri due individui, molto probabilmente i fratelli Elias e Giacomo Serra Sanna, amici e corresponsabili di tanti altri reati gravissimi, uccisi a loro volta nel luglio del 1899, assieme ad altri due banditi, dai carabinieri e dai soldati che presero parte al conflitto a fuoco ingaggiato nella foresta di Morgogliai, in territorio di Orgosolo. Fatti descritti da Giulio Bechi nel libro Caccia grossa, pubblicato per la prima volta a Milano da La Poligrafica nel 1900».

Sette anni prima del grande successo della Madre dell’ucciso di Ciusa.

«La statua venne esposta il 25 aprile del 1907 alla Biennale di Venezia, dove ebbe un successo trionfale da parte della critica d’oltremare. Ebbe parole di lode da parte di grandi intellettuali come Ettore Cozzani e Ugo Ojetti. Nonostante le perplessità espresse a Nuoro dal poeta Bustianu Satta e dal pittore Antonio Ballero, che pur apprezzando il realismo dell’immagine scolpita da Ciusa, giudicavano il titolo, “La Madre dell’ucciso”, un po’ retorico e perciò ne sconsigliavano l’invio a Venezia perché, secondo loro, i membri della commissione di accettazione non l’avrebbero capita».

Come nacque l’idea di una statua raffigurante la Madre dell’ucciso?

«Lo racconta Remo Branca, scrittore e artista che negli anni Trenta del secolo scorso raccolse una significativa testimonianza dello stesso Francesco Ciusa. Branca e Ciusa erano andati insieme a Funtana ’e Littu. Lo scultore raccontò di quando aveva 14 anni: un mattino, mentre metteva piede sui gradini di Cumbentu, si sparse la notizia che verso Tertilo avevano ucciso Muredda. Ciusa si precipitò a Funtana ’e Littu e lì vide una madre spuntare dal ciglio di un monte “urlante, come ombra nera di malaugurio” avvicinarsi al figlio ucciso, “e poi il suo chiuso silenzio accanto al cadavere”. Era il cadavere di Mauro Manca, uno dei più bei giovani di Nuoro, che Ciusa ben conosceva assieme a tutta la famiglia. Tant’è vero che lo descrive nel suo diario, riportato nel libro scritto dalla figlia dello scultore, Antonietta Ciusa Mascolo, Francesco Ciusa, mio padre (edito da Il Maestrale nel 1998)».

E poi? Cosa successe a Funtana ’e Littu?

«Il cadavere era disteso supino in mezzo al grano, la camicia aperta sino all’addome, le braccia aperte come Cristo, tenendo ancora in mano la falce. Appena arrivarono i carabinieri, Ciusa e tutti gli altri arrivati a Tertilo, furono allontanati. Così, mentre si dissetavano alla Funtana ’e Littu, sentirono una triste e lontana nenia di morte. Di botto cessarono i commenti e di lì a poco si vide un gruppo di donne scendere lungo il sentiero. Davanti una giovane alta, con la tunica sul capo, tirata tanto in avanti da coprirle completamente la fronte. Era la sorella dell’ucciso, che assieme alle amiche aveva “attitato” il fratello».

Qual era il suo nome?

«Si chiamava Grazia Rosa Manca Puxeddu ed era nata a Nuoro il 10 ottobre 1862. Sposata con Agostino Pirari Cambosu, ebbe cinque figli. È lei che il 2 marzo del 1898 consegnò al notaio Salvatore Satta Carroni il testamento olografo del fratello Mauro, il quale, probabilmente perché temeva una morte cruenta, si era preoccupato che la madre, venendo lui a mancare, potesse trovarsi in difficoltà economiche e senza sostentamento. Perciò lasciava quanto aveva esclusivamente alla madre, sottolineando anche, in maniera ferma, che non venisse molestata da nessuno».

Che rapporto c’era tra madre e figlio?

«Dal testamento, scritto il 6 ottobre 1896, trapela un grande amore filiale verso la donna, amore certamente ricambiato dalla madre. Facile, quindi, immaginare la sofferenza per la tragica morte del figlio, raffigurata splendidamente con tutta la sua intensità nella statua realizzata dallo scultore Francesco Ciusa».

Perché Muredda venne ammazzato?

«Le motivazioni dell’assassinio trapelano dal processo istruito nei confronti di Giuseppe Lovicu. Dagli atti risulta che nel 1893 vennero rubati alcuni maiali di proprietà di Salvatore Manca Floris. Costui e i suoi familiari, seguite le tracce del furto, trovarono l’intera refurtiva. Per quel furto furono accusati e imputati Giuseppe Lovicu e i fratelli Elias e Giacomo Serra Sanna. Lovicu fu condannato a causa della deposizione di Mauro Manca, che aveva preso parte all’inseguimento e aveva anche presenziato alle trattative di accomodamento con i ladri. Ecco perché Lovicu giurò odio implacabile contro Mauro Manca e minacciò di ammazzarlo alla prima occasione».

Dunque lo scultore Francesco Ciusa voleva rappresentare la mamma di Muredda. Ma chi era la donna che posò come modella per realizzare la statua?

«Ciusa, naturalmente, cercò una donna che gli ricordasse l’immagine della Madre di Funtana ’e Littu che gli era apparsa sconvolta e urlante sul ciglio del monte. La trovò in una povera donna seduta e silenziosa davanti a un focolare domestico spento. Era la suocera del fratello Domenico, si chiamava Elena Selloni Luche, una prozia dei fratelli Selloni Lucheddu (Stefano, Giovanni

Antonio, Giuseppa, Maura, Tonino, Francesca, Maria), figli di Domenico Selloni che abitavano in gioventù in via Tola. Furono mesi di silenzio totale, di completo isolamento e di grande pazienza per farsi copiare dal giovane scultore in una statua di terracotta».

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