Storie di donne con la partigiana Lidia

La scrittrice Menapace è salita in cattedra al Liceo musicale per parlare delle battaglie per la libertà: dal fascismo a oggi

NUORO. È una signora elegante Lidia Menapace la partigiana scrittrice, ultra ottantenne, che ieri mattina ha animato l’aula magna del Liceo Scienze Umane (ex Magistrali), svolgendo una lezione diversa per i tanti studenti giunti anche da altre scuole della città. L'ospite, graditissimo, è stato invitato proprio in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Due incontri, mattina e sera, organizzati dal Coordinamento Provinciale Donne dell’Anpi di Nuoro in collaborazione con il Liceo Scienze Umane e Musicali e la Biblioteca “S. Satta”.

Una donna che da giovanissima prese parte alle lotte partigiane e poi continuò a battersi per il rispetto dei diritti umani. Oggi è considerata una delle voci più importanti del femminismo italiano.

Ieri mattina, dopo anni passati ad insegnare, è salita di nuovo in cattedra per parlare a quei giovani che in silenzio hanno ascoltato le sue parole. Prima un benvenuto in musica con l'eccellente interpretazione di tre liceali di alcuni canti della tradizione popolare italiana. Poi la parola a lei che ricambiare il saluto intonando l’inno partigiano che cantava a squarciagola con le “compagne”: «Non c'è tenente, né capitano, né colonnello, né generale, questa è la marcia dell'ideal - dell’ideal; un partigiano vorrei sposar».

Un messaggio chiaro ed esplicativo riguardante sia il rifiuto del militarismo che la decisione personale sulle scelte di vita da parte di donne combattenti che hanno rischiato la vita per i loro ideali. Ma nonostante tutto, nella storia della Resistenza italiana, continua ad esserci un buco, dove la presenza delle donne viene menzionata solo in parte.

«Eppure – dice la Menapace con voce squillante – io c’ero. Non ho mai voluto portare armi ma ho sempre fatto la staffetta trasportando plastico. È giusto ristabilire la verità storica, perchè anche noi donne abbiamo combattuto accanto agli uomini e, spesso, li abbiamo sostituiti. Io ad altre compagne – ha aggiunto la partigiana – abbiamo sempre rifiutato il militarismo ma sapevamo essere disciplinate. Lottavamo contro il fascismo per raggiungere l’autodeterminazione opponendoci alla mentalità maschilista che ha resistito anche dopo la caduta del dispotismo. Della cultura fascista era stata ereditata la concezione della donna come operaia e nel ruolo di fattrice, perchè geneticamente impreparata a studiare e affrontare discipline particolari. Le donne, uscivano così prive di coscienza».

Seguirono battaglie proprio per ridare loro dignità e coraggio visto che arrivavano anche a giustificare la violenza dell’uomo nei loro confronti. Secondo il codice Rocco, entrato in vigore in pieno regime fascista, infatti, il marito aveva diritti sia nei confronti della moglie che dei figli ma non poteva abusare dei mezzi di correzione. Classificava inoltre i reati di violenza sessuale e incesto tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”.

«Avevamo raccolto un milione di firme per far modificare il Codice – ha detto la partigiana – ma, non fu facile: molte donne infatti subivano perchè così diceva la legge. Vincemmo questa battaglia grazie a un’iniziativa popolare con la quale riuscimmo a far cambiare le cose, anche se non completamente. Basti pensare – ha aggiunto femminista – che una donna, ancora oggi, deve per forza denunciare il marito se vuole giustizia ma, l’uomo non è ancora perseguibile d’ufficio. C’è ancora tanto da fare nel nostro paese perchè ci sono molte leggi ingiuste e anticostituzionali. Io, per esempio mi vergogno di vivere in un posto in cui ci sono persone che devono vergognarsi di essere ciò che sono. E mi vergogno anche del fatto che l’unica forma di rieducazione per un cittadino che sbaglia è solo il carcere. Ma in questa giornata importante per noi, sono contenta della presa di coscienza da parte delle donne. Io avrei aggiunto alla parola violenza il termine “di genere” per specificare che il reato viene compiuto dall’altro sesso. Perchè l’omicidio è diverso dal femminicidio e la cultura che lo sostiene non è quella dello stupro che fa riferimento all’incoercibilità istintiva della sessualità maschile, bensì al pilastro del patriarcato, che vede la donna non come una persona ma come una merce, un bene, una proprietà e il suo possessore può picchiarla, segregarla, ucciderla, proprio perchè di suo possesso. La donna – ha concluso Lidia Menapace – deve avere libertà di parola e opinione. Nelle relazioni umane avere il gusto della battuta significa essere civili».

Due incontri intensi e carichi di emozione in compagnia di una grande donna che ha la capacità

di comunicare la lotta di Liberazione come quelle per i diritti umani con una semplicità e coinvolgimento invidiabile.

Una lezione di vita e coraggio non solo per gli studenti delle scuole ma anche per chi quei banchi li ha lasciati da molto tempo.

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