il caso

Armi, 6 anni di guai per un errore

Pastore di Onifai assolto: fucile e pistola erano del padre defunto

NUORO. Si sarebbe potuto chiudere sei anni fa, e la giustizia non avrebbe speso un solo euro, insieme a un mucchio di tempo sprecato.

Sarebbe bastato fare un controllo più approfondito, a suo tempo, per scoprire che la pistola e il fucile sequestrate nel 2008 a due abitanti di Onifai, non erano stati affatto “ricettati”, ma appartenevano al padre defunto di uno dei due. E che in questura giaceva una denuncia per le stesse armi attraverso la quale il figlio del defunto stava regolarizzando la proprietà delle due armi.

Ma evidentemente, nel 2008, nessuno aveva fatto quel banale controllo: così è da allora che i due onifaesi in questione, Spartaco Loche e Giuseppe Sini, sono finiti nei guai con la giustizia ed è dalla stesso anno che cercano di spiegare che l’accusa di ricettazione mossa nei loro confronti proprio non stava in piedi. «La Procura dell’epoca non ha visto le carte» ha ricordato ieri nel corso della sua arringa, l’avvocato di Loche e Sini, Angelo Manconi. Poco prima, era stato lo stesso pubblico ministero, tuttavia, a chiedere l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” per i due imputati.

Seppur a distanza di sei anni, dunque, la giustizia si è accorta dell’errore.

Il giudice monocratico Manuela Anzani, dopo una breve camera di consiglio e dopo aver ascoltato gli ultimi testi – due carabinieri che hanno confermato come le armi fossero state denunciate e non erano affatto “ricettate” – ha assolto con formula piena sia Loche sia Sini. (v.g.)

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