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Il premio Gianfranco Pintore a Beccu, Piredda e Canu

POSADA. A tre anni dalla morte di Gian Franco Pintore, le edizioni Papiros dirette da Diego Corraine e il comune di Irgoli, hanno ricordato il giornalista e scrittore con la seconda edizione del...

POSADA. A tre anni dalla morte di Gian Franco Pintore, le edizioni Papiros dirette da Diego Corraine e il comune di Irgoli, hanno ricordato il giornalista e scrittore con la seconda edizione del premio a lui dedicato. Il bando non poteva che essere in limba e ha premiato tre articoli conformi alle norme ortografiche e grammaticali della lingua sarda comuna scritti da Lisandro Beccu, Mauro Piredda ed Angelo Canu. L’appuntamento era fissato nella sala consiliare del Comune dove ha fatto gli onori di casa il sindaco Giovanni Porcu, i familiari di Pintore e due studenti della III A delle scuole medie, Pierfranco Mele e Roberto Murru, che hanno letto articoli scritti da loro. Tre i temi assegnati al concorso: politica internazionale sulle nazioni senza Stato, informatica e turismo. Angelo Canu di Lodè e Lisandro Beccu di Silanus, si sono imposti nella categoria Turismo mentre Mauro Piredda di Banari, ha vinto nella sezione Nazioni senza Stato. Ai vincitori una targa ricordo, un premio di duecento euro e la pubblicazione dei loro racconti sulla rivista Eja edita proprio da Papiros. A consegnare materialmente i premi ai vincitori, c’erano Mimmo Bove autore del simbolo del premio dedicato a Gian Franco Pintore (una pipa fumante, ma poteva essere benissimo anche un sigaro che non mancava mai nella mano destra del giornalista) e il figlio di quest’ultimo Carmine.

Scopo del premio oltre a ricordare la figura di un grande giornalista e autore, la volontà di promuovere l’utilizzo della lingua scritta per dimostrare che il sardo, può benissimo essere utilizzato per parlare di materie come turismo, informatica e politica internazionale.

«Pintore era un uomo che pur con i piedi ben piantati per terra, aveva la mente proiettata nel futuro – ha detto Diego Corraine – Ci eravamo lasciati l’anno della sua morte con la promessa di pubblicare

sulla rivista Eja il suo ultimo articolo che parlava proprio del futuro della nostra lingua e il passaggio dalla tradizione orale allo scritto. Un vero e proprio testamento che deve essere inteso come un seme lasciato nel solco che deve germogliare e diventare un grande albero». (s.s.)

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