Alla scoperta di Santjacu, Compostela delle Baronie

L’emozionante pellegrinaggio tra le chiesette intitolate a San Giacomo Dal Montalbo di Siniscola a Irgoli, dall’altopiano Su Gollei di Onifai a Orosei

di Franco Stefano Ruiu

Sollevi la mano chi, non essendoci stato, al solo sentir parlare di Compostela non prova un fremito e dice tambene! E sì, Santiago di Compostela rappresenta un mito che il bascaramene del mondo moderno non riesce a scalfire. Perché? Molte risposte, una fra tutte: evidente che il richiamo del Santo non basta, ci va gente di tutte le religioni. Che sia allora il delicato profumo di pulito che emana? Può darsi. È dagli albori degli anni mille che quel “cammino” si percorre, con fatica e rispetto, per trovare risposte a una ricerca interiore.

Quello deve essere il motivo trainante. Sì, ci andrà anche il camminatore incallito, che vuole aggiungere numeri al suo palmares, ma non sono certo quelle presenze a fare il totale. Dal 1039 in poi, anno del primo “racconto”, ci saranno andate migliaia e migliaia di persone, ciascuna con la sua storia, scritta e non scritta, davanti alle quali si rimane perplessi.

La “classica” di oggi, intesa come “l’intero cammino”, ha un’estensione di “soltanto” 800 chilometri circa. Si parte da un valico dei Pirenei francesi, nei pressi di Roncisvalle, e si arriva in Galizia, dall’altra parte della Spagna, a Santiago di Compostela. Esistono anche le vie “brevi” quelle che i più, per svariati motivi, decidono di calpestare per arrivare alla meta. Quel “soltanto” di prima è un doveroso richiamo al passato remoto, a quando “il tutto” aveva un significato religioso soltanto. Quella volta lì il “cammino” iniziava uscendo da casa, che poteva essere ovunque! San Francesco, ad esempio.

Santu Frantziscu. Lui è possibile che sia partito da Assisi, altro che 800 chilometri! E per i devoti che saranno partiti dalle Puglie? Quanto sarà stato lungo il loro “cammino” e quanto ci sarà voluto per percorrerlo tutto? Da sbiancare in volto! Un ostello ogni tanto e pericoli di ogni genere, ad ogni pie’ sospinto. De badas no est se prima di andare usavano fare testamento.

A ricordare quei tempi sbiaditi rimangono una miriade di percorsi che solcano la penisola intera e che oggi, con grande fervore, si cerca di riportare alla luce. Poteva la Sardegna restare insensibile a questo richiamo intrigante?

No di certo ed è per questo che sette anni fa qualcuno si è preso la briga di cominciare a contare le chiese consacrate a San Giacomo e a metterle “in rete” con un “accordo di programma” finalizzato a realizzare un itinerario... e un piano integrato di interventi di sviluppo... denominato “Il cammino di Santiago in Sardegna”.

In rete. Parole intrise di buone intenzioni ma povere di sano buonsenso. La conta si è infatti fermata a nove: tutti i Comuni che vantavano San Giacomo come patrono, condizione sine qua non. E tutti paesi con chiese dedicate a Santu Jacu? Evidente che la “rete” nasceva amputata rispetto a quella che poteva essere.

Tutta l’isola sarebbe stata interessata e le distanze fra le chiese notevolmente ridotte. Si voleva forse tracciare un “cammino” per pochi da percorre in auto? Sarcasmo che evidentemente è giunto alle orecchie interessate. A un certo punto si è cercato di porre rimedio allargando il discorso a “sentieri di fede” che potevano “offrire interesse”.

E via ad aggiungere santuari, già meta di pellegrinaggi affermati, e altri ancora su cui progettare per catturare consensi. Gli altri San Giacomo, quelli dal numero 10 in poi, ancora in panchina.

La genesi. È a questo punto che una mia idea, vagheggiata in tempi non sospetti, è riemersa con forte determinazione. Non sarà come andare a Santiago di Compostela ma da un San Giacomo ad un altro San Giacomo, visitandone altri, ci voglio andare.

Nessuna progettualità di sorta, solo e soltanto “voglia di andare” in onore del Santo e col rispetto dei luoghi che dovrò attraversare. Più semplice di così!

Il Montalbo. Si tratta di un “mio” Santjacu (mio perché non risulta che ad altri sia venuta l’idea) che, quando sarà, non escluderà nessuno.

Nasce ai piedi del Montalbo di Siniscola, in una bianca chiesetta immersa nel verde che si vede dalla 131. È dedicata a Santu Jacu, non è eccessivamente remota ma sembra antica lo stesso. È sorta meno di due secoli fa per restituire ai locali la memoria di una chiesetta diroccata da tempo: Santu Jacu ezzu.

La comitiva. Per il mio Compostela ho cercato compagni ma da pochi ho ricevuto entusiasmo: Ignazio, mio cugino nuorese, e tre amici di Siniscola (Antonello che ha messo a disposizione la sua conoscenza del territorio, Antonio il suo fervore e anche quello degli iscritti dell’Ute locale, Franco il mezzo di trasporto per la prima ricognizione).

L’occasione è coincisa con un bel mattino assolato.

I toponimi. L’attraversamento dei luoghi ha significato la riscoperta di toponimi caduti in disuso: Santu Jacu, Concas, Riu Siccu, Pulichittu, Ghiliorro, Garraù, Gadu ’e duli, Su fruncu ’e su ’inari, Artorunele, Sa Guda, Unnichedda.

Sembra di sgranare un rosario di parole sopite che altro non chiedono se non di sentirsi evocate. Tutt’intorno alla fonte di Unnichedda c’è di nuovo un bosco di lecci e corbezzoli, è riemerso da recenti diluvi di fiamme. È proprio lì che si affronta la prima vera salita. Lo sguardo si apre alla piana. Lontano la chiesetta che ha originato il “cammino”.

La salita continua fino al valico de sa Serra ’e Petru Carru. Ha inizio un falsopiano di verde che non tarda a donarci una chiesetta campestre assai suggestiva: Santu Petru.

Sacro e profano. Il sacro fa parte del “cammino” e stupisce il rispetto della struttura (il sito potrebbe consentire una sosta ristoro, giusto tenerne conto). Si prosegue avvolti da silenzio, profumi e colori. Ancora un po’ e si giunge a quanto resta di Santu Jacu Ezzu.

Si avverte un’emozione inusuale. Da un campanile, che doveva apparire imponente per il solo fatto di esistere, sembrano provenire i rintocchi di una campana. Tutt’intorno pietre dismesse, ammassate, che narrano di antichissime dimore modeste e altrettanto modeste esistenze.

Grande emozione. Sarà arduo per i futuri camminanti restare impassibili in quella radura.

Si prosegue a malincuore. Scurzu ’e muru, Turiche, Porchiles, su ponte ’e Tuseddu e infine Su Picante, arcaica tomba di giganti sapientemente recuperata. Il sito coincide con una sosta che serve sia per meditare sulla necessità del recupero del nostro patrimonio culturale che per trovare ristoro notturno. E sì, ristoro notturno! Con la foga ho scordato di dire che il “cammino” prevede due giorni di marcia.

Il percorso. Sessanta chilometri sono duri da fare in una sola tirata e il mio Santjacu marce forzate non ne pretende. La presenza di un agriturismo nei paraggi rappresenta una provvidenziale base logistica (i proprietari hanno già dimostrato interesse per l’iniziativa).

Il nostro Compostela comincia a prendere corpo. Per il riposo notturno serviranno materassini e sacco a pelo, è bene ricordarlo. L’indomani si riparte per Orosei dove sta il terzo Santjacu di questo “cammino”.

La Bassa Baronia. Un breve sterrato riporta alla strada che da Capo Comino conduce ad Irgoli. Giunti a su Itichinzu si devia verso Onifai in una strada che fa tenerezza tanto è male in arnese. Il tempo e le piogge ne hanno saccheggiato la carreggiata.

Il fascino resta immutato perché si può camminare, guardandosi intorno, senza rischiare cadute, e ne vale la pena. La vista si allarga e si restringe. Resti archeologici, piante, animali al pascolo e rocce scavate dal vento e dall’acqua accompagnano il passo.

Storia e natura. Funtana ’e janna annuncia la vicinanza di un valico. Sosta. Una volta scollinato si riprende fiato e allo sguardo si offre la vastità di un orizzonte ondulato e variopinto. A un certo punto l’invito a visitare una roccia isolata nel verde, a forma di fungo.

In realtà è una domus assai singolare e fa tenerezza pensare a cosa conteneva e all'ingegno delle maestranze del tempo. Più avanti la chiesetta campestre di Santu Juanne istranzu. Altra sosta prima dello strappo finale. Si prosegue per Maralatha, Mertzioreddu, Locorvai, Riu mortu, periferia nord di Onifai, su Gollei, l’altopiano basaltico che sovrasta il Cedrino.

Le mesetas. Sarà per la stanchezza accumulata che, giusto per sentito dire, si ha come l'impressione di stare in una delle mesetas che portano a Santiago; tambene! Ancora più avanti, in altura, la chiesetta di Santa Lucia e a valle quella di San Giovanni. Di colpo il ponte sul Cedrino annuncia la periferia di Orosei.

Il “cammino” è concluso. Per raggiungere la chiesa del Santo una scelta: percorrere la via principale per fare gazzosa oppure una serie discreta di viottoli che sanno di antico. Davanti alla statua Santjacu diventa reale!

All’addiaccio. Per scoprire quanto costerà in vera fatica dovremo attendere la primavera quando la due giorni potrà essere fatta.

Non ci sarà interruzione, ci sarà l’esperienza della notte all’addiaccio, e sarà un’emozione in aggiunta per chi non è avvezzo. Ovviamente il percorso può essere fatto anche al contrario, ma può essere anche allungato: andata e ritorno per strade diverse.

Fotografo documentarista

TrovaRistorante

a Nuoro Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PUBBLICARE UN LIBRO: DAL WEB ALLE LIBRERIE

Come vendere un libro su Amazon e da Feltrinelli