orosei

L'antico porto di Orosei riemerge dal mare 

Una mareggiata al lido della Marina restituisce i resti di una banchina di epoca medievale. Da questo porto anticamente attraccavano e salpavano bastimenti carichi di merci

OROSEI. È da qui, da queste acque intorbidite dall’alluvione del 2013, che nel basso Medioevo salpavano i bastimenti carichi di mercanzie prodotte in Baronia e destinate al Continente. È qui, in questa baia nascosta tra Marina e Santa Maria, che attraccavano i piroscafi in arrivo dal resto del mondo, dalla Corsica come dalla Spagna, da Genova come da Livorno. Fabrizio Loddo e Salvatore Vardeu ne sono certi: «Il vecchio porto di Orosei era qui». Qui nella foce del Cedrino, nel fondo valle che apre sul Tirreno dopo ottanta chilometri di fiume tortuoso che dal Supramonte scende fino alle sabbie del litorale orientale. Cedrone, Cedronem, veniva chiamato nei registri commerciali quest’angolo di paradiso nel Golfo di Orosei.

Ma nessuno aveva mai pensato che il vecchio scalo marittimo della Baronia potesse essere proprio qui. Invece è bastata la bonaccia di mercoledì scorso per far riemergere dalla bassa marea una storia da sempre cercata con setaccio e batea.

La svolta. «La svolta è arrivata l’altro giorno» esultano Fabrizio Loddo e Salvatore Vardeu, dipendente dell’Isre di Nuoro ed europrogettista il primo, geometa il secondo, entrambi di Orosei. Impegnati da anni nella ricerca di documenti utili a ricomporre il puzzle degli usi civici del paese. «Sulla base dei carteggi e delle carte del 1845 e del 1881, abbiamo individuato un’area molto ristretta, che negli ultimi mesi abbiamo visitato e scandagliato ripetutamente» raccontano. Nulla da fare, tuttavia, nonostante la chiara intuizione. Poi le acque del mare sono scese. «Andiamo ora, andiamo a vedere» si sono detti il 22 aprile scorso i due appassionati ricercatori.

Anno 1353. «È così che abbiamo scoperto il vecchio porto canale di Orosei. Abbiamo ritrovato e fotografato i resti della banchina» spiega Loddo mentre scorre le immagini e cita il “registro di porto” del 1353, il più antico documento (per adesso) che certifica l’esistenza dello scalo oroseino, una serie di atti notarili conservati nell’archivio di Storia patria di Genova. «Nei prossimi giorni informeremo gli enti e le strutture pubbliche alla tutela dei beni storici» annunciano Loddo e Vardeu, che intanto hanno già avvisato la Forestale della stazione di Orosei.

«Cosa molto importante: con loro potremo impostare un progetto di recupero e di riattazione del porto, usando e sfruttando i finanziamenti comunitari, ed in particolare i fondi diretti, vedasi Orizzont 2020 mobilità per la crescita, che nel mese di giugno vedranno la pubblicazione di diverse Call (avvisi di chiamata) Mobilità per la crescita».

Il progetto. Una prospettiva che spunta sulla linea dell’orizzonte anche se «in appena un giorno la marea ha già ricoperto le tracce del vecchio porto, ma siamo riusciti comunque a geografare e rilevare il sito, ora di facile ritrovamento». «A far data dal 1726 il porto di Orosei era uno dei porti più importanti della costa orientale» riprende parola Fabrizio Loddo. «Infatti, a Orosei, erano presenti diversi uffici portuali, compresa la dogana predisposta nel 1767 dal ministro per gli Affari di Sardegna Giovanni Battista Lorenzo Bogino» aggiunge Salvatore Vardeu.

«Sicuramente le banchine del vecchio porto sono riemerse altre volte, per poche ore di certo e in occasione di particolari eventi come l’apertura della foce del Cedrino e della concomitanza della bassa marea» va avanti Loddo. Lui che fatto il raffronto delle carte ortofotografiche di questo secolo (1954, 1968, 1977, 2000, 2003, 2008, 2010): «Il sito è sempre coperto dall’acqua per il 10% e da uno strato di sabbia di 50, 60 centimetri».

Usi civici. La scoperta del vecchio porto dà forza alla tesi che Loddo porta davanti alla Regione Sardegna per l’accertamento formale degli usi civici di Orosei, ora al vaglio del commissario liquidatore degli usi civici (la prossima udienza è fissata per il 5 giugno a Cagliari). A testimoniare la scoperta del porto è soprattutto la presenza lungo la banchina di più bite lavorate e scolpite, con la punta più estrema rivolta verso lo specchio del Tirreno.

Guiso-Gallisai. Lo scalo è a forma di “L”, entra dal mare e punta sulla parte nord del Cedrino congiungendosi con una banchina di oltre 70metri circa (visibile solo durante la bassa marea) formando un porto canale «che si congiunge all’attuale scolmatore dell’omonimo fiume costruito attorno agli anni Trenta del Novecento dai Guiso-Gallisai, ossia dagli eredi di don Pietro Guiso e Giovanni che dal 1721 erano custodi, concessionari e deputati della marina, del tratto litoraneo che partiva da Cala Luna e finiva alla Punta di Sabatero». «Dalla lettura del carteggio si può ben dedurre che Orosei aveva tre attracchi: uno di piccole dimensione, nei pressi di Osala; l’altro era un approdo sito nell’attuale località Su Portu, che non era altro che il punto di carico più vicino al paese e alla piana, navigabile da barche e scialuppe di piccola entità che fungevano da raccordo con i brigantini, i lauti, le galee e le cocche che ormeggiavano nel porto nella foce del fiume» spiega ancora Loddo.

Tre attracchi. Che ricostruisce lo scenario: «Era costituito da palizzate a ridosso della terra ferma, questo punto di attracco era raggiungibile dal canale di Isporoddai fino alla foce del Cedrino dove era ed è presente il porto doganale e approdo principale nel quale attraccavano i bastimenti, barche e navigli di una certa entità». «Il terzo approdo – è sempre Fabrizio Loddo che ricompone la storia del porto baroniese –, simile a quello di Su Portu, era nel canale navigabile del rio Pedra de Argentu, l’attuale canale colatore di Salomone, che nei pressi della chiesa di Santa Maria e del nuraghe ’e Portu (che sormonta il fiume Cedrino e il porto doganale) era raggiungibile da piccoli natanti che caricavano le merci dalla piana de Passiale e trasportavano le merci ai bastimenti attraccati nel porto doganale dove avvenivano le pesature e l’imbarco».

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