Finisce a processo per “abbandono del marito malato”

Nei guai una imprenditrice di Galtellì. I fatti risalgono al 2013 Un teste: «Mio fratello era chiuso in casa e senza telefono»

NUORO. «Era da un anno che non riuscivano a sentirlo, e che, quando uno di noi si avvicinava alla casa, che si trova a qualche chilometro da Galtellì, in campagna, nessuno rispondeva o comunque ci faceva entrare. Così, una sera, ci abbiamo riprovato: erano circa le 22 del 6 maggio 2013, abbiamo bussato ma nessuno ci ha aperto. Da una tapparella abbiamo visto che mio fratello era solo, a letto, come ci ha visto ha provato ad alzarsi ma è stramazzato a terra, poi, a gattoni, è riuscito ad avvicinarsi alla finestra. A quel punto, siamo riusciti a entrare e lo abbiamo portato al Pronto soccorso, a Nuoro. Era disumano, vederlo in quelle condizioni».

Comincia con un racconto carico di dolore misto a rabbia, la tappa di ieri del processo che vede una imprenditrice di Galtellì, Valentina Todde, a giudizio con l’accusa di “abbandono di incapace”, dove “l’incapace” in questione, nel senso di persona debole e non autosufficiente, è il marito Patrizio Cosseddu.

Comincia, l’udienza di ieri di questa vicenda familiare complicata, con la deposizione di Giovanni Cosseddu, fratello della parte lesa, e si conclude con la deposizione di un altro teste del pm Giorgio Bocciarelli: Rosanna Ferreri, l’assistente geriatrica che per alcuni mesi, e in orari precisi, si era occupata dell’uomo, molto malato, e delle sue necessità.

La situazione in famiglia, stando a quanto raccontato ieri in udienza dal fratello di Patrizio Cosseddu, era cambiata in peggio dopo che Cosseddu aveva avuto un aneurisma e aveva subìto diversi ricoveri. «Al ritorno di mio fratello dall’ospedale – racconta ieri in aula Giovanni Cosseddu – per qualche motivo la moglie, Valentina Todde, cominciò a impedirci di vederlo. Nessuno di noi riusciva più a mettersi in contatto con lui. Viveva chiuso in casa. Prima della malattia, mio fratello gestiva un ristorante e un albergo diffuso, dopo, invece, gli fu fatta firmare una procura speciale che assegnava alla moglie la gestione dell’attività».

«Aveva un telefonino – racconta poco dopo l’assistente geriatrica, Rosanna Ferreri – ma non aveva scheda. Quando io arrivavo, c’era la moglie, era lei l’unica che le dava le medicine. A me aveva dato ordine di non aprire a nessuno e di chiudere a chiave, quando andavo via. Un giorno, il fratello di Patrizio venne a trovarlo, ma io gli dissi che non potevo farlo entrare».

La stessa assistente geriatrica, rispondendo anche a una domanda della parte civile, rappresentata dall’avvocato Francesco Lai, racconta anche che «Cosseddu prima era seguito da una badante», ma anche che «non era in grado di reggersi da solo», «Non vedeva quasi mai i figli, e viveva chiuso in casa. Inoltre mi disse che non gli facevano la doccia. Aveva anche le unghie e i capelli lunghi».

Dalle domande fatte dall’avvocato Paolo Berria, che tutela l’imputata, emerge una versione decisamente diversa

dell’accaduto, data dalla difesa. Secondo la difesa, infatti, la donna si occupava del marito e lo assisteva servendosi anche di alcune badanti, visto che lei, invece, seguiva alcune attività di famiglia.

Il processo proseguirà tra qualche mese con l’audizione di altri testimoni.

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