Inceneritore di Tossilo ora si teme per il futuro

Macomer, dopo la sentenza del Tar paura di ripercussioni sull’attività lavorativa Dipendenti preoccupati: da gennaio potrebbe scattare la cassa integrazione

MACOMER. La sentenza del Tar che ha annullato le procedure di approvazione del progetto di revamping dell’inceneritore di Tossilo allarma e preoccupa i lavoratori dell’impianto per le possibile conseguenze sull’azienda e il futuro occupazionale. Temono in primo luogo le ripercussioni sul contratto di solidarietà col quale si sono evitate altre forme più traumatiche di riduzione degli esuberi.

I timori. La paura è che a gennaio possa scattare la cassa integrazione per un numero imprecisato di dipendenti (si parla da dieci a quindici). La paura si accompagna a rabbia e malcontento per l’affidamento a ditte esterne di lavori e attività nei quali potrebbero essere impiegati i dipendenti ai quali il contratto di solidarietà ha ridotto l’orario giornaliero a cinque ore per un massimo di 22 ore settimanali, con conseguente taglio del salario.

Lavori a ditte esterne. La Tossilo ha in organico una decina di autisti e dispone di almeno tre camion che avrebbero potuto essere impiegati nel trasporto dei rifiuti conferiti alla discarica di Chilivani da quando è stato spento l’inceneritore. Il trasporto è invece affidato a due ditte esterne con i costi conseguenti che ne derivano. Lo stesso discorso vale per il trasporto del percolato a Porto Torres e altri comuni dove operano ditte specializzate nello smaltimento. L’impiego di personale di cui la Tossilo già dispone avrebbe consentito di aumentare l’orario di lavoro a dipendenti che cono in contratto di solidarietà e probabilmente di risparmiare sui costi, anche in considerazione del fatto che la società ha chiuso il bilancio 2015 in rosso con una perdita di 616.201,8 mila euro.

I costi. Non è possibile quantificare il costo del trasporto dei rifiuti e del percolato alla discarica e agli impianti di smaltimento da parte delle tre aziende che se ne occupano. Probabilmente costa parecchio, anche in considerazione del fatto che quando il sovvallo finiva nella discarica di Monte Muradu, ora satura, pare che la Tossilo spendesse attorno ai 600 euro a viaggio. Chilivani è più lontano per cui si presume che costi di più. È questo insieme di cose sommato alle incertezze sul futuro dell’impianto di Macomer a creare allarme e ad alimentare il malcontento dei lavoratori.

Lavori fermi. Si attende ora di sapere cosa decideranno la Regione e il Consorzio industriale di Macomer, ente proprietario dell’impianto e stazione appaltante del progetto di revamping, in merito alla sentenza del Tar che ha azzerato le autorizzazioni a eseguire i lavori. Non è da escludere l’impugnazione al Consiglio di Stato per chiederne l’annullamento.

Il polo dei rifiuti. Nel frattempo si naviga a vista. L’area di Tossilo dove per anni ha operato l’inceneritore di Macomer, intanto, vede sfumare l’opportunità di diventare un polo di trattamento dei rifiuti con sistemi alternativi all’incenerimento. Ottana ha avanzato la candidatura per diventare il polo del riciclo della plastica e altrove si lavora per trattare altre frazioni di rifiuto. Macomer, che per 30 anni ha pagato un prezzo altissimo alla soluzione del problema rifiuti di molti comuni della Sardegna accollandosi una discarica e l’inceneritore che negli ultimi 20 anni ha presentato diversi problemi, rischia di rimanere con un pugno di mosche.

Compost invenduto. La piattaforma dei rifiuti differenziati costata 5 milioni di euro, è pronta dal 2014 e non è mai entrata in funzione. Non va meglio con l’impianto di compostaggio, che doveva

quadrare il cerchio sul fronte dei rifiuti organici. A marzo la Tossilo ha diffuso un avviso pubblico per commercializzare, fino ad esaurimento, le scorte di compost di qualità (quello prodotto dal nuovo impianto che non dovrebbe contenere vetro), ma pare che ne abbia venduto pochissimo.

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