Cuccumiau finisce nel vocabolario sardo

Lingua e leggende popolari legate ai rapaci notturni: spesso associati a lugubri presagi e sciagure

ORANI. Istria, cuccumiau e zonca. Nell’ordine: barbagianni, civetta e assiolo. E il gufo? Qual è il nome sardo del gufo? C’è chi lo chiama cuccummiau, cuccumiau, cuccumeò, cucu, cuccumareu, cuccumeu, cucu de muridina, stria groga, così dice Antonino Rubattu nel suo monumentale Dizionario universale della lingua di Sardegna, italiano-sardo-italiano, antico e moderno, logudorese-nuorese, campidanese, sassarese-gallurese. Luigi Farina, invece, nel suo ricco Bocabolariu sardu nuroresu-italianu, italiano-sardo nuorese, spiega che il lemma cuccu sta per cuculo, mentre cuccummiau indica il gufetto. «Ispilire che cuccu, pelare come un cuculo» si legge anche nello storico Vocabolario sardo logudorese-italiano di Pietro Casu.

A conti fatti, insomma, il gufo è un uccello ancora in cerca di un nome sardo proprio. Mentre sono assodati i nomi istria, cuccumiau e zonca. «Il monotono richiamo dall’assiolo – racconta Marco Lutzu – o il volo silenzioso del barbagianni tra gli alberi o i manufatti cittadini, dove pernottano grosse bande di storni, sono le prove più evidenti della loro presenza. Anche da noi, un tempo la loro figura e i loro richiami notturni venivano associati a lugubri presagi e sciagure di vario tipo, stupidaggini alle quali ormai nessuno più crede benché qualche ben noto politico del continente usi ancora il verbo “gufare” come extrema ratio contro chi osi dubitare delle sue capacità prossime al soprannaturale». «Abili cacciatori della notte – va avanti il fotografo naturalista –, il loro spettro alimentare va dagli insetti del piccolo assiolo ai topi fino ai piccoli uccelli prerogativa del barbagianni che è il più grosso dei tre. La stazza intermedia spetta alla civetta con i suoi 200 grammi circa contro i 70/100 grammi dell’assiolo ed i 280/450 grammi del barbagianni. Negli ultimi anni però si è verificato un fatto inaspettato: nelle notti più chiare, una nuova sagoma quasi immateriale nella sua lieve silenziosità ha cominciato a notarsi per i pascoli e i boschi della nostra isola. “Ha il colore e il volo simile a unu cuccumiau ma è grande come un’istria, forse anche un po' più grande! Boh, sono una

vita in campagna ma non ne avevo mai visto”. Così mi riferiva un vecchio vaccaro – chiude Lutzu – che ogni tanto scattava qualche foto al chiaro di luna ai cinghiali che avevano l’ardire di entrare nel suo tancato a grufolare le mandorle che lui elargiva con mirata generosità». (l.p.)

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