Omicidio Dina Dore, i Contu: «Mai accusato Francesco Rocca»

I genitori del giovane condannato come killer: «Nostro figlio aveva subìto diverse pressioni per accollarsi l’omicidio». Ci fu un incontro in un panificio dove a Pierpaolo offrirono soldi purché si addebitasse la morte di Dina e accusasse il marito

SASSARI. «Ha mai confessato, signora Cualbu, a sua cugina Maria Antonella Curreli, che suo figlio Pierpaolo era l’autore dell’omicidio di Dina Dore?» chiede l’avvocato Mario Lai. «Mai – risponde sicura Giovanna Cualbu – mai, lo giuro. E a mia cugina non ho mai detto neanche che Pierpaolo era stato mandato da Francesco Rocca a commettere l’omicidio per un chupa chups. Mia cugina ha girato la frittata: le avevo solo detto che ero preoccupata per le pressioni che subiva mio figlio Pierpaolo. Mio figlio era stato chiamato da Gavino Pira e Alan Corona, nel panificio dei Corona a Gavoi, per un incontro. E lì loro gli avevano chiesto di accollarsi la responsabilità dell’omicidio di Dina, che tanto lui era minorenne e ne sarebbe uscito e che lo avrebbero aiutato tramite un loro conoscente “graduato”».

Omicidio Dore, riaperto il processo sul giallo di Gavoi SASSARI. Interrogati i genitori del giovane condannato per l'omicidio: «Non abbiamo mai accusato Rossa. E su nostro figlio pressioni per indurlo a dichiararsi colpevole»(video Mauro Chessa)LEGGI Omicidio Dina Dore, i Contu: «Mai accusato Francesco Rocca»

Al processo di primo grado nei confronti del presunto mandante del delitto Dore, Francesco Rocca, Giovanna Cualbu, e con lei anche il marito Antonio Contu, aveva potuto avvalersi della facoltà di non rispondere perché il processo nei confronti del figlio e co-imputato di Rocca, non aveva ancora raggiunto una sentenza definitiva. Ma ieri mattina, all’avvio della nuova udienza del processo di appello nei confronti del dentista gavoese, la mamma del giovane condannato con sentenza passata in giudicato come killer di Dina Dore, non può più seguire la strada del silenzio e parla anche con il cuore in mano.

Ha il volto e lo sguardo di una mamma ferita, Giovanna Cualbu, quando pochi minuti prima delle 10 di ieri, fa capolino nell’aula della corte d’assise d’appello di Sassari e si dirige nella sedia riservata ai testimoni. E da lì in poi, per un’ora e poco più, rispondendo alle domande del pg Maria Gabriella Pintus, e dei difensori di Rocca, Mario Lai e Angelo Manconi, racconta quei mesi concitati, tra l’autunno del 2012 e l’inverno del 2013, quando Gavoi era diventato una vera polveriera. Un paese dove le voci circa i possibili coinvolti nell’omicidio di Dina Dore si mescolavano a incontri, a pressioni, persino a pestaggi. Così, almeno, raccontano i genitori di Pierpaolo Contu. Il pg Maria Gabriella Pintus, alla mamma di Contu chiede conto di alcune conversazioni intercettate nelle quali Giovanna Cualbu parla con la cugina Antonella Curreli e secondo l’accusa, in quelle conversazioni, si sarebbe tradita: avrebbe rivelato di sapere che il figlio Pierpaolo era coinvolto nell’omicidio di Dina Dore. «Non ho mai detto che mio figlio era coinvolto – spiega Giovanna Cualbu – a lei dissi invece che ero preoccupata perché c’erano persone che facevano pressioni su Pierpaolo perché si assumesse la responsabilità dell’omicidio di Dina Dore».

Sia la mamma, sia poco dopo, il padre di Pierpaolo Contu, Antonio, spiegano anche che quelle pressioni, il giovane gavoese, le aveva ricevute in particolare nel corso di un incontro convocato nel panificio Corona a Gavoi, con Alan Corona e Gavino Pira. «Quell’incontro – spiega Antonio Contu – avvenne circa una settimana prima degli arresti. L’incontro lo aveva chiesto Gavino Pira, e con lui, quel giorno c’era anche Alan Corona. Chiamarono mio figlio per parlare, e io gli dissi che non lo avrei lasciato andare da solo, quindi andai con lui. Come arrivammo Alan Corona disse a Pierpaolo che avrebbe dovuto lasciare la sua allora fidanzata, Carla Corona. Cosa che Pierpaolo fece quella stessa sera. E poi Gavino mi disse che se Pierpaolo si fosse assunto la responsabilità dell’omicidio, mi avrebbero dato 35mila per pagare l’avvocato e che al resto avrebbe pensato un suo amico, “graduato” in polizia. Ma io gli dissi che a me i soldi non interessavano, che ci avrei pensato io, a mio figlio. Mio figlio non si è mai venduto».

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