Alluvione di Torpè il pm insiste: «Tutti a processo»

In udienza la discussione con le parti civili e i difensori La decisione sui rinvii a giudizio è attesa per il 3 gennaio

NUORO. Poco dopo le 9.40 di ieri, in un’aula gup piena fino all’inverosimile e zeppa di avvocati giunti da mezza Sardegna per l’udienza preliminare sull’alluvione che il 18 novembre del 2013 aveva portato dolore, distruzione e la morte di una pensionata di Torpè, Maria Frigiolini, il pubblico ministero Andrea Vacca, prende la parola: «Il pm – esordisce – insiste sulla richiesta di rinvio a giudizio per tutti i 42 indagati, per ora rinuncio a discutere posizione per posizione. La vicenda è molto complessa. Si stagliano, tra le responsabilità delle singole posizioni, tre grandi cause di responsabilità: le cause immediate dell’inondazione che hanno portato l’acqua e la morte a Torpè, la questione degli argini, ovvero le responsabilità di chi li avrebbe dovuti mettere in sicurezza, la questione della diga, dei lavori interrotti, e il raccordo con la Protezione civile. La Maltauro aveva abbandonato i lavori e la Provincia conosceva la situazione di pericolo. Così come l’ente comunale, che aveva redatto un piano, salvo poi non attuarlo».

Subito dopo in udienza preliminare prendono la parola gli avvocati di parte civile che tutelano gli interessi di Manuela Asper, la figlia della vittima Maria Frigiolini, e diversi proprietari di case, terreni o serre che avevano subito grossi danni durante l’esondazione del rio Posada: Maria Giulietta Delogu, Giovanni Chessa, Giuseppe Loi, Cosimo Loi, Giampaolo Loi, Cosimo Capra, Graziano Nieddu, Orazio Paolo Bitti, Debora Fenu, Maria Caterina Murru. Dodici parti civili, in tutto, e tra queste, secondo una eccezione sollevata ieri da alcuni avvocati, non tutti avrebbero i titoli per costituirsi a giudizio, ma il gup Cozzella li ha accolti tutti. «Maria Frigiolini – attacca il difensore di parte civile – è morta perché una enorme massa d’acqua ga raggiunto anche la sua casa e non ha consentito alla signora di rifugiarsi nell’unico punto nel quale avrebbe trovato scampo: il tetto. L’esondazione del rio Posada, lo sfondamento dell’argine destro non ha consentito a nessuno di rendersi conto di ciò che succedeva. La maggior parte si sono salvati salendo sui tetti, Maria Frigiolini purtroppo non ce l’ha fatta». A metà mattina, poi, la palla passa al folto gruppo di difensori dei 42 imputati. L’esordio tocca all’avvocato Ivano Iai, che insieme a Domenica Porcu, tutela la posizione dell’ex presidente della Provincia, ora consigliere regionale, Roberto Deriu. «Reitero la richiesta di riunione di questa vicenda – ha spiegato il legale – con l’inchiesta sul caso Oloè. Ci è stata respinta dall’altro gup ma la reiteriamo qui perché la riteniamo necessaria». «La Regione – ha ricordato nel suo intervento l’avvocato Domenica Porcu – non aveva predisposto alcun piano di intervento, alla Provincia, pertanto, mancava il presupposto sulla base del quale la Provincia avrebbe dovuto esercitare le sue funzioni».

Il gup Cozzella, dopo aver ascoltato le richieste dei difensori dei 42 indagati, e aver accertato che nessuno – tranne uno ma l’istanza è stata poi rigettata – aveva deciso di fare richieste di riti alternativi, ha deciso di prendere un po’ di tempo prima di emettere la sua sentenza e decidere se rinviare a giudizio i 42 indagati o se invece dichiararne il “non luogo a procedere”. Bisognerà attendere l’udienza preliminare del 3 gennaio, tuttavia, per

capire quale sarà la sua decisione: le carte da controllare, del resto, sono tante, così come le posizioni dei 42 indagati, tra i quali ci sono politici, sindaci, rappresentanti legali di ditte che si erano occupate dei lavori sulla diga di Torpè, e responsabili dei piani di Protezione civile.

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