Minacce, messa alla prova per due fratelli di Gavoi

I Contu indagati per l’intimidazione a Stefano Lai, testimone del processo Dore  Accolta dal gip la richiesta dei familiari del ragazzo condannato per l’omicidio  

NUORO. Erano finiti nel registro degli indagati con l’accusa di aver minacciato la famiglia di Stefano Lai, il supertestimone del processo per l’omicidio di Dina Dore. Mauro e Giandomenico Contu, 30 e 22 anni, fratelli di Pierpaolo, il giovane di Gavoi condannato a 16 anni di reclusione per aver ucciso la giovane madre su ordine del marito Francesco Rocca, potranno utilizzare l’istituto della messa alla prova. A stabilire la misura il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Nuoro, Claudio Costella, che ha accolto la richieste del difensore dei due giovani, l’avvocato Gianluigi Mastio.

Ora dovranno presentare un programma e potranno essere impiegati nei lavori socialmente utili in associazioni di volontariato. E, se questo periodo andrà a buon fine, potrà esserci la sospensione del procedimento penale e, infine, l’estinzione del reato. La vicenda che si è discussa ieri di fronte al gip di Nuoro si lega indissolubilmente ad uno dei più gravi fatti di sangue degli ultimi anni, l’omicidio della casalinga di Gavoi. Stefano Lai, amico di Pierpaolo Contu testimoniò contro il giovane. E il suo racconto venne ritenuto credibile. Nel gennaio del 2013 il tribunale dei minori di Sassari lo condannò in primo grado a 16 anni. Suo padre Antonio, nel luglio del 2014 all’arrivo nel suo podere di Bacu’e Lodine trovò il cane in una pozza di sangue bastonato a morte, il cavallo imbrattato di sangue e una croce rossa disegnata sul muro della casa colonica. Gli investigatori si convinsero che dietro quel raid, nel podere al confine tra i centri di Gavoi e Lodine ci fossero i due fratelli Contu che agirono per minacciare Stefano il testimone che raccolse, e dopo anni, nel 2012, raccontò le confidenze di Pierpaolo, all’epoca dei fatti 17enne. Quattro anni e mezzo dopo il sanguinoso omicidio, che avvenne nel marzo del 2008, Stefano raccontò alla polizia che il suo amico gli aveva confessato di aver ucciso la donna, su incarico del marito. Già da tempo gli investigatori avevano intuito che l’ipotesi iniziale, un sequestro finito male, aveva diversi lati oscuri.

Quello che sembrava un rapimento finito nel sangue fu solo una messa in scena per cercare di nascondere il vero obiettivo di chi in una sera
di marzo del 2008 aggredì la casalinga di 37 anni davanti agli occhi della figlia di appena otto mesi. Scartata la pista del rapimento, gli inquirenti avevano poi imboccato quella che portava al marito della vittima, il dentista Francesco Rocca che sta scontando l’ergastolo. (g.f.)

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