“Invadono” Mamone: 16 a giudizio

Bitti, a processo un’intera compagnia di caccia. Ma lo stesso pm ne ha chiesto l’assoluzione

NUORO. Un’ora di battuta di caccia, nemmeno un cinghiale beccato, ma in compenso sono finiti tutti e 16 a giudizio con l’accusa di aver invaso, seppur per pochi minuti, il terreno della colonia penale di Mamone. Dal processo si sono salvati giusto i “battitori”. E alla fine di un lungo iter tra indagini e udienze, ieri è la stessa pubblica accusa, chiedendo l’assoluzione di tutti e 16 gli imputati, ad ammettere che sì, forse il processo non meritava nemmeno di cominciare.

È una vicenda che non sfigurerebbe in mezzo ai casi del celebre “Un giorno in pretura”, quella che ieri ha toccato una delle sue tappe finali in tribunale. Una vicenda cominciata con un giorno di ordinaria battuta di caccia, nei terreni tra Bitti e Mamone, e terminata con un’intera compagnia identificata dagli agenti del corpo forestale, e poi denunciata per avere «arbitrariamente invaso terreni ricadenti all’interno della casa di reclusione-colonia penale di Mamone, di proprietà del ministero di Grazia e giustizia, e quindi opere di difesa dello Stato deliminate da apposite tabelle, al fine di trarne profitto dalla cacciagione degli ungulati che circolano liberamente all’interno di detto terreno».

Il fatto è che, il giorno dei fatti contestati, il 9 gennaio del 2011, di “ungulati”, la compagnia di caccia, non ne aveva visto nemmeno l’ombra. «Quel giorno – ha raccontato ieri in aula l’ultimo teste della difesa, Domenico Giovannetti – stavamo facendo una battuta di caccia in agro di Onanì. La battuta sarà durata in tutto un’oretta, e non siamo riusciti a prendere neppure un cinghiale. A un certo punto, qualcuno di noi, è arrivato vicino a un ruscello e lo abbiamo attraversato. Era libero, non c’erano né rete né cartelli che segnalavano la zona vietata». Per la giustizia, tuttavia, quella zona apparteneva alla colonia penale di Mamone: a farlo rilevare alla stessa compagnia di caccia, sarebbero stati gli agenti del corpo forestale. E da lì, per i 15 cacciatori, sarebbero cominciati i guai con la giustizia: le indagini, l’avvio del processo, i testimoni. I loro avvocati, Celestino Chia, Giuseppe Maladrino, ed Enrico Maccioni, in più occasioni, durante il processo, avevano ricordato che il reato di “invasione di terreno” non esisteva, in questo caso, perché la presunta “invasione”, per giunta, non si era affatto protratta nel tempo, ma era stata momentanea. E in ogni caso – ha spiegato anche ieri la difesa – quei terreni non erano affatto delimitati, né segnalati come avrebbero dovuto. E a conferma di questo, ieri, l’avvocato Chia ha prodotto a processo un articolo della Nuova Sardegna dove il sindaco di Onanì, Clara Michelangeli, lamentava il fatto che i terreni della colonia penale confinanti con il paese non fossero recintati e segnalati in modo adeguato. Poco dopo, il pm ha chiesto al giudice l’assoluzione dal reato di invasione di terreno “perché il fatto non sussiste”.
I quindici imputati sono: Franco Mariano Patteri, Giampiero Soi, Davide Deidda, Antonio Bulciolu, Sebastiano Bettanu, Bruno Manias, Egidio Loi, Gianfranco Trincas, Antonio Dore, Giovanni Piras, Giancarlo Soi, Paolo Cella, Riccardo Soi, Giovanni Meloni, Francesco Vitetti, Marco Meloni.

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