Le disavventure sul fronte del soldato Vincenzo Melis

Villagrande Strisaili, l’altro volto della Resistenza nelle parole del reduce «L’incontro con i partigiani mi ha insegnato che la storia è fatta di luci e ombre»

VILLAGRANDE STRISAILI. «Vi racconto la mia Resistenza: è stata molto diversa rispetto a quella che leggete nei libri di storia». Vincenzo Melis ha 95 anni, i capelli bianchi e l’aria di chi nella vita ne ha passate tante. Finito suo malgrado nella baraonda di un’Italia al collasso, il suo è un punto di vista diverso. Testimone silenzioso, sino a oggi, di una delle stagioni più gloriose della storia italiana che però racchiude anche qualche pagina oscura. Vincenzo, nato a Villagrande Strisaili nel 1923 era arruolato nella Regia aeronautica e si trovava a Perugia, quando, nel settembre del 1943, dopo la firma dell’Armistizio, il paese piombò nel caos.

«Il mio capitano ci disse che potevamo scegliere se rimanere o andare». Vincenzo e i suoi compagni scelsero la via del ritorno. Giorni interi a mendicare un tozzo di pane, una camicia e un paio di pantaloni per buttare via le divise. Il rischio, se i nazisti li avessero trovati con addosso le uniformi e le mostrine delle forze armate italiane era enorme: la fucilazione. La peregrinazione durò sino a quando Vincenzo e i suoi compagni non trovarono una famiglia disposta ad accoglierli nel loro casolare, nelle campagne di Vasanello, un paesino dell’alto Lazio.

In cambio lavoravano nei campi. E fu allora, mentre cercavano di sbarcare il lunario, che si scontrarono con il volto meno nobile della Resistenza. Una banda di partigiani capitanati da un sardo li sequestrò. «Ci spianarono le armi contro e ci costrinsero ad andare con loro, alla macchia». Furono giornate durissime, sempre sotto la minaccia del fuoco ma ciò che più colpì il giovane ogliastrino fu un episodio: l’assalto ad un casolare di campagna. «Una quindicina di persone, molti i bambini che si erano riuniti per la cena in un grande stanzone. Quella serata io non la dimenticherò mai i più: i piccoli piangevano, gli adulti erano terrorizzati». Il suo mitra era scarico, gli altri, i partigiani, avevano le armi cariche. «Fu allora che rubammo 2500 lire nascoste in una pignatta: un tesoro per l’epoca che serviva sfamare tutta quella gente. Appena ho potuto sono scappato e sono tornato dalla famiglia. Il partigiano non tornò più a cercarmi». Vincenzo seppe che era stato ammazzato dai nazisti in una grotta. Nel Paese squassato dalla guerra ci furono anche momenti di straordinaria umanità. Come quel giorno che la piccola banda di disperati, tutti sardi, prima di trovare ospitalità a Vasanello si infilò di soppiatto in una vigna per mangiare l’uva. «Ci trovammo di fronte un uomo col fucile che ci urlò qualcosa contro. Ci facemmo il segno della croce: eravamo convinti che ci avrebbe sparato». Invece non andò così. «Che state facendo?» urlò. «Quella è l’uva per il vino, andate negli altri filari che c’è quella da tavola». Il ritorno a casa nell’estate del 1944 fu decisamente rocambolesco. Partito da Napoli a bordo di una unità navale militare approdò in Sardegna. «Mi ci vollero tre giorni per tornare in treno. Ogni giorno una tappa sino a quando tornai in paese e ritrovai i miei familiari in lacrime, non sapevano che fine avessi fatto». Arrivato in Ogliastra fu richiamato in servizio e dovette servire lo Stato per altri 18 mesi nel deposito militare di Serrenti. Si sposò con Iolanda Mighela e con lei condivide da 66 anni le gioie e i dolori che la vita gli ha riservato.

A 95 anni Vincenzo Melis ha i capelli bianchi. E l’aria di chi nella
vita ne ha passate tante. La vita gli ha insegnato che non c’è una linea netta di confine tra il bene e il male, il bianco e il nero. «Ho imparato che anche nelle pagine di storia più luminose c’è sempre un po’ d’ombra. Questa è stato l’insegnamento più grande delle mia Resistenza».

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