Don Niola: bisogna promuovere le feste tradizionali, fanno bene alle nostre comunità

Sindia, il sacerdote da 60 anni in prima linea è un sostenitore delle «occasioni di aggregazione per le nostre comunità»

SINDIA. «Oggi, più che mai, il sacerdote deve dedicarsi alla sua comunità, facendosi interprete dei bisogni, vecchi e nuovi, che esprime. Occorre essere aperti e dialogare con tutti, senza eccezioni. Io ho sempre cercato di farlo, spero di esserci riuscito». A distanza di quasi 60 anni dalla sua ordinazione, monsignor Giovanni Antonio Niola si mostra più che mai convinto del ruolo che il sacerdote deve rivestire nella società moderna: «Papa Francesco lo indica chiaramente, sono d’accordo con lui. Non si può rimanere estranei alla realtà che ci circonda». E aggiunge: «Nei nostri piccoli paesi è importante conservare le feste tradizionali non solo per l’aspetto religioso ma anche perché assolvono ad una funzione di incontro e di aggregazione che reputo fondamentale».

Sedilese di nascita, padre carabiniere, madre casalinga, una sorella più piccola che abita a Lodi, pur mantenendo la casa di famiglia in “s’istradone”, cuore del paese di San Costantino, dopo la pensione ha deciso di continuare a vivere a Sindia, il paese che, dopo una prima esperienza da viceparroco risalente ai primi anni 60, lo ha avuto come guida spirituale per quasi un trentennio. «La scelta di seguire la strada sacerdotale? Non c’è stato un momento preciso, è stata piuttosto una cosa del tutto naturale, maturata sin da bambino e favorita sia dal contesto familiare che dal rapporto stretto con i tre preti presenti a Sedilo. Concluse le scuole elementari, mi sono trasferito prima a Bosa, dove ho frequentato medie e ginnasio, poi al seminario di Cuglieri, che allora ospitava circa trecento ragazzi, buona parte dei quali diventati sacerdoti». Dopo l’ordinazione nel 1959, un esperienza di un biennio al seminario di Bosa, quindi l’incarico di viceparroco a Sindia, sotto la guida di monsignor Giuseppe Masia, altro sedilese doc. Da Sindia il trasferimento a Santulussurgiu, «un centro molto dinamico, culturalmente stimolante»; l’esperienza ad Aidomaggiore e Domusnovas Canales, «realtà piccole ma molto unite»; infine l’approdo definitivo a Sindia, «paese che ho sempre apprezzato per l’alto senso della famiglia e per l’attaccamento alle tradizioni».

Da circa due anni vive in una parte della struttura che si trova a ridosso della chiesa di San Giorgio e che i sindiesi chiamano “Su ricoveru”. «È lo stesso luogo in cui avevo una camera negli anni da viceparroco. All’epoca qui venivano ospitate anche alcune bambine rimaste orfane e diverse anziane. È stato un po’ come ritornare indietro di alcuni lustri». Una speranza per il futuro? «Sì: che possa andare avanti il processo di beatificazione di Angelino Cuccuru, il servo di Dio sindiese morto giovanissimo sul fronte russo nel corso del secondo conflitto mondiale. È una bella figura, un modello di vita cristiana di cui bisognerebbe ricordarsi sempre. Ne abbiamo estrema necessità in un mondo complesso come quello che viviamo».

Che
al riguardo possa essere determinante il sostegno del neo cardinale pattadese Angelo Becciu? Monsignor Niola non risponde limitandosi a sorridere compiaciuto. E parla dell’imminente festa di San Costantino che lo attende come sempre per la celebrazione di una delle sante messe.



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