«I pezzi della statua furono portati al monte su un carro a buoi»

La testimonianza diretta del fotografo Piero Pirari Varriani «Nel 1901 la voce si sparse subito, enorme l’entusiasmo»

È il fotografo Piero Pirari Varriani (Nuoro 1886-1972), annoverato tra i personaggi di spicco dell’Atene sarda, a rilasciare una testimonianza di quel 29 agosto 1901. Correva l’anno 1971 quando il noto fotografo nuorese lasciò queste suo ricordo agli alunni della scuola elementare “Ferdinando Podda” che lo pubblicarono nel libro “Grazia Deledda” realizzato per il centenario della nascita del Nobel nuorese.

«Quando a Nuoro si sparse la voce del dono della statua da parte del Papa Leone XIII – racconta Pirari – ci fu un entusiasmo enorme ed io, nel settembre del 1901, fui invitato dall’arciprete Lutzu per fotografare il bozzetto che fu visto da papà (Giovanni Antonio Pirari Varriani), dai pittori Ballero e Giacinto Satta. I critici nuoresi avevano fatto tagliare l’emblema della Sardegna perché fra i nostri concittadini e quelli della Capitale esisteva un po' di ruggine per motivi di campanilismo. Infatti Nuoro doveva avere la Facoltà di veterinaria, ma l’onorevole Cocco Ortu – liberale – disse a Sebastiano Satta: “No’dda vais!” La statua, in due pezzi e su una piattaforma, fu sistemata su un carro trainato da buoi. Vi erano duecento e più gioghi. I contadini precedevano il passaggio del carro spianando il terreno scosceso che porta all’Orthobene ed erano guidati dall’impresario De Bernardi. Ci vollero quattro giorni per raggiungere la cima. Ci furono diverse soste fra cui una a Valverde consigliata da Grazia Deledda perché la salita era più dolce. L’ultima bivaccata si fece a Solotti, tutti offrirono gratis il lavoro ed i mezzi. I fratelli Borsetti fecero il piedistallo di granito, Pasquale ed Angelino Merlini guidati dal padre mastru Luisi, montarono la statua. C’era una folla immensa proveniente da tutte le parti della Sardegna». «La scena è indescrivibile perché tutti indossavano il costume tradizionale dai vivi e splendidi colori, ed erano tanti che si vedevano dei grappoli umani sugli alberi – va avanti Pirari –. Vi erano i venditori di torroni, venuti da Tonara ed Aritzo, vi erano i ramai di Isili. Ad Oliena erano rimasti solo i vecchi ed i bimbi. C’era la banda ed i suonatori, alla fine della festa erano ubriachi di sole, di vino e di stanchezza, tanto che li fecero riposare. Nel momento in cui si vide il Cristo gigantesco dominare dall’alto, un urlo commovente scaturì dalle gole dei presenti seguito da un lungo applauso e contemporaneamente tutti si fecero il segno della Croce e gli uomini si tolsero devotamente sa berritta. Si fecero i balli e nella strada principale, detta strada Majore oggi corso Garibaldi, si preparò una stupenda e suggestiva luminaria con delle tazze, l’olio fu fornito da tutte le famiglie di Nuoro. C’erano i giornalisti locali, Francesco Sedda, al pseudonimo di Burchiello,
che in genere curava la cronaca nera ed il pittore Ballero che curava la cronaca mondana. Cari bambini – conclude Piero Pirari – sono già al tramonto e se anche gli occhi non mi aiutano più, nella mia memoria rivedo, come se fosse ieri, le varie fasi di quella festa indimenticabile».

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