Tossilo, è ancora battaglia legale

Caso percolato: la Provincia ricorre davanti al Consiglio di Stato contro il Consorzio industriale

MACOMER. Il caso Tossilo non smette mai di stupire: la Provincia di Nuoro ha deciso di impugnare davanti al Consiglio di Stato l'ultima sentenza del Tribunale Amministrativo della Sardegna sul depuratore consortile di Macomer con la quale il Consorzio Industriale ha visto accolta la richiesta di annullamento dei precedenti atti emessi dall’ente provinciale, definendo la classificazione urbana del depuratore di Macomer. Questa volta la costruzione del nuovo inceneritore non c’entra, ma la vicenda è comunque collegata alle attività svolte dalla piattaforma che tratta i rifiuti nell'area industriale del capoluogo del Marghine e di proprietà dello stesso Consorzio.

La classificazione. La disputa amministrativa, iniziata già dall'estate del 2015, riguarda l'impianto di depurazione del Consorzio Industriale, dove si trattano le acque provenienti da 4 diversi collettori: uno dall'agglomerato urbano di Macomer, uno dalla zona industriale di Bonu Trau, uno dall’agglomerato di Birori e l'altro dalla zona industriale di Tossilo (che comprende ovviamente anche le acque reflue e i rifiuti liquidi dell'impianto rifiuti della Tossilo Spa.). Con un colpo di scena, alla fine dello scorso anno, la Provincia aveva proceduto a riclassificare l'impianto come “industriale”, assumendo di fatto una decisione di segno opposto rispetto a quanto sentenziato dal Tar nel 2016, che ne aveva acclarato la natura “urbana”. Secondo l'ente provinciale, a seguito di alcuni sopralluoghi, erano emersi elementi che determinavano una situazione differente da quella sottoposta al vaglio dei giudici, per cui era necessario avviare la procedura per la riclassificazione.

Il pronunciamento. Elementi che il Tar, chiamato nuovamente a pronunciarsi a seguito del ricorso presentato dal Consorzio, ha ritenuto «irrilevanti e/o privi di adeguata dimostrazione» nella sentenza pubblicata nel luglio del 2018. La classificazione del depuratore come industriale è stata dunque dichiarata nulla e alla Provincia è stato chiesto di dare seguito alla richiesta di autorizzazione allo scarico presentata dal Consorzio sulla base del regime precedente, che è quello semplificato per gli impianti urbani.

La guerra legale. Una partita che sembrava chiudersi lì e che invece proseguirà dinnanzi al Consiglio di Stato, organo al quale la Provincia chiede ora di esprimersi nel merito della natura urbana o industriale del depuratore di Macomer. Non trascurabile è anche il fatto che il Consorzio, nell'estate dello scorso anno, dopo la pronuncia favorevole incassata davanti al Tar, aveva promosso ulteriore ricorso per il risarcimento dei danni causati dagli atti prescrittivi emessi dalla Provincia nel 2015. Tra mancati profitti e maggiori oneri, ammonta a 800 mila euro la richiesta di risarcimento avanzata.

Sostanze pericolose. I divieti, è bene ricordarlo, furono imposti a seguito delle segnalazioni fatte dall'Arpas, che aveva riscontrato la presenza di sostanze pericolose, identificate come Diossine, nelle acque reflue provenienti dall'Impianto di trattamento dei rifiuti di Tossilo e convogliate presso l'impianto consortile. In ragione di questo la Provincia aveva bloccato sia il conferimento presso il depuratore dei rifiuti liquidi, sia l'impiego in agricoltura dei fanghi prodotti nel medesimo impianto, autorizzando in via transitoria lo scarico nel Rio Orovò delle acque in uscita dal depuratore, ma modificando la classificazione delle acque
da “urbane” ad “industriali” e chiedendo al Consorzio di presentare una nuova istanza Aia (autorizzazione integrata ambientale). Oggi tutte queste prescrizioni sono cadute e nell'urbano depuratore di Macomer si tratta persino il percolato proveniente dalla discarica di Monte Muradu.

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