Alluvione 2013, il processo a Nuoro: «Così è morta mia madre travolta dal mare di fango»

Al processo per l’alluvione del 2013 la testimonianza della figlia di Maria Frigiolini: «Nessuno ci avvisò di un pericolo imminente, i soccorsi arrivarono solo alla fine»

NUORO. Manuela Asper, che in quella maledetta notte del 18 novembre 2013 perse l’anziana madre, allettata da circa un anno e non più capace con le sue sole forze di resistere alla furia dell’acqua che travolgeva tutto, ieri in aula aveva una voce roca e a tratti spezzata dall’emozione, ma precisa e decisa quando deve arrivare al nocciolo della questione. «Quella notte dell’alluvione nessuno ci ha avvisato», sottolinea la donna sentita come teste nel processo per omicidio e disastro colposo per i tragici fatti dell’alluvione del 2013, davanti al giudice Giorgio Cannas.

Nessuna telefonata li raggiunse in quella giornata di piena emergenza, così come nessuno ha bussato alla porta di casa per avvertirli di una situazione che minuto dopo minuto stava diventando senza controllo. La famiglia Loi-Asper e Maria Frigiolini, l’ultra ottantenne morta annegata in quella casa di Torpè, rimasero da soli per ore prima che un gommone li venisse a prendere sul tetto di casa, unico riparo possibile di fronte a quel fiume d’acqua mista a fango che ormai era entrata dappertutto. Purtroppo su quel mezzo di emergenza non riuscì a salire l’anziana donna, malata di Alzheimer. Troppo debole per affrontare una prova così ardua. Su quel tetto non riuscirono a trasportarla nemmeno i familiari che raggiunsero la parte più alta della casa prima che la situazione fosse completamente compromessa anche per loro.

Ieri mattina per diverse ore il teste principale nell’udienza del processo con sessanta imputati è stata proprio la donna di origini toscane, sposata con un agricoltore di Torpè che in quell’area aveva le serre. Stimolata dalle domande del pm e dei legali (sia di parte civile che dei difensori degli imputati) la donna ha rievocato quei tragici momenti. Prima il buio, poi l’acqua che entra in casa, il tentativo di raggiungere il piano superiore, il figlio che tiene in braccio l’anziana donna ma è poi costretto ad adagiarla su un divano per tentare di aprire la porta ormai ostruita dai mobili.

Poi solo lei e suo figlio riescono a raggiungere il tetto con una scala a pioli dove era già salito suo marito, Giampaolo Loi, che li chiamava a gran voce. Maria Frigiolini rimarrà la travolta dall’acqua. Il nome della madre improvvisamente scompare nel suo racconto come se la teste avesse voluto rimuovere quei momenti tragici. «Quel giorno abbiamo perso tutto. Sono uscita di casa con il pigiama ed
è l’unica cosa che ho salvato», dice la donna che invece ricorda come per eventi decisamente meno gravi erano stati avvisati del pericolo dalle forze dell’ordine. Il processo è stato aggiornato al 18 e 19 febbraio, una doppia udienza per sentire una quindicina di testimoni dell’accusa.

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