Omicidi Monni e Masala: Alberto Cubeddu inchiodato dai testi

Le motivazioni della sentenza di ergastolo per il giovane di Ozieri. Monni ucciso per vendicare un torto subito da Paolo Pinna, Masala per farne un capro espiatorio

NUORO. «C’è un grave e e concordante quadro indiziario a carico di un giovane succube del cugino che, pur senza avere una motivazione propria, lo ha assecondato in un disegno criminale e premeditato costato la vita a Stefano Masala e Gianluca Monni». Le oltre centosessanta pagine delle motivazioni sulla condanna di Alberto Cubeddu, riportano non solo la ricostruzione di una vicenda che ha scosso due comunità ma anche i perché dell’ergastolo inflitto al giovane di Ozieri, condannato con Paolo Enrico Pinna per il duplice omicidio dello studente di Orune e del giovane di Nule. Nel provvedimento, depositato ieri nella cancelleria del Tribunale di Nuoro, il presidente della Corte d’assise, Giorgio Cannas, ha analizzato quanto emerso nel dibattimento che ha tenuto tutti con il fiato sospeso per 40 tesissime udienze sino alla sentenza del 20 ottobre scorso. Ha riconosciuto come movente, nel caso dell'assassinio di Monni, della vendetta maturata per vendicare Pinna di un pestaggio avvenuto alle Cortes orunesi e, nel caso di Masala, nella volontà di far ricadere sul giovane la responsabilità del fatto. Grande rilievo, nelle motivazioni, viene dato al riconoscimento fatto dalla giovane studentessa di Orune Giuliana Mariane.

La ragazza ha testimoniato in aula di aver visto nelle vicinanza della pensilina dell’autobus, dove Monni venne freddato la mattina dell’8 maggio 2015, una macchina con a bordo un giovane molto somigliante a Cubeddu. Prima, all’inizio delle indagini, ci sono stati due riconoscimenti fotografici. “Il riconoscimento deve ritenersi pienamente attendibile e credibile, come anche le sue dichiarazioni” scrive l’estensore della sentenza che reputa le condizione dello stesso riconoscimento “pressoché ideali”. C’è poi l’altro episodio chiave supportato da un’altra testimonianza. Alessandro Taras , dapprima in incidente probatorio quindi in aula, ha dichiarato di aver accompagnato Cubeddu nelle campagne di Pattada, a bruciare l’Opel Corsa di Masala, utilizzata per l’agguato a Monni e sottratta al giovane nulese il 7 maggio, giorno della sua scomparsa.

“A chiusura del cerchio - si legge ancora nelle motivazioni - Cubeddu quella sera si incaricò di procedere alla distruzione della macchina”. E anche in questo caso le dichiarazioni di Taras, sono state ritenute attendibili dalla Corte d’assise di Nuoro. Che sulla nuova versione dei fatti, fornita dal super testimone dopo la titubanza iniziale, scrive “appare perfettamente compatibile con le risultanze processuali”. Taras “non aveva alcuna ragione, visti anche i loro buoni rapporti, per accusare falsamente Cubeddu”. Le motivazioni oltre a riportare l’attenzione su intercettazioni telefoniche e ambientali e sui messaggi intercorsi tra i due cugini, si sono soffermate anche su un altro aspetto. “Non deve inoltre sottacersi che Cubeddu ha reso dichiarazioni certamente non veritiere, anche su aspetti marginali, ma che sono comunque indicative della sua totale inattendibilità”. Tra queste c’è anche l’alibi, “risultato falso perché rivelatosi preordinato e mendace costituisce, per costante giurisprudenza un indizio, e sintomatico dell’imputato di sottrarsi alle sue responsabilità e all’accertamento della verità .

Una parte delle motivazioni viene, infine, riservata alla condanna a due anni per Francesco Pinna finito a processo per aver cercato di intimidire Taras alla vigilia dell’incidente probatorio. “Nessun dubbio sussiste – si legge - sulle responsabilità di Pinna”. Due anni la condanna

inflitta all’uomo, zio di Alberto Cubeddu e Paolo Enrico Pinna. Quest’ultimo, minorenne all’epoca dei fatti, è stato condannato a vent'anni dal tribunale per i minorenni, condanna confermata in secondo grado dalla Corte d'Appello di Sassari e, in ultimo, dalla Cassazione.
 

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