«Sul rio Sologo lavori fatti male»

In aula il geometra accusa il Consorzio di bonifica. La difesa: «Valutazioni che non gli competono»

NUORO. «Durante il lavoro di rilevamento topografico sul rio Sologo mi ero reso conto che le gabbionate in parte erano svuotate del pietrame ma le reti metalliche risultavano ancora chiuse. Le pietre, evidentemente, erano state portate via da precedenti piene. Inoltre l’alveo del fiume era ostruito dalla vegetazione e non era mai stato ripulito. Fotografai la situazione e la documentai solo verbalmente ai miei diretti superiori che non gradirono il risultato del mio lavoro». Francesco Porcu dipendente del Consorzio di bonifica nel 2013 era un impiegato tecnico. Ieri ha deposto in aula al processo dell’alluvione che vede 61 persone accusate a vario titolo di diverse omissioni e qualcuno anche della morte di due persone. Il geometra, l’anno precedente l’evento calamitoso, era stato incaricato di svolgere i rilievi topografici sul corso d’acqua che gli avevano creato non pochi problemi all’interno dell’ufficio. «Completai il mio lavoro di rilevamento a seguito di un procedimento disciplinare che era stato avviato nei miei confronti – ha aggiunto il teste accusando l’operato dell’ente –. Nell’ottobre 2013, infatti, un mese prima dell’alluvione, avevo potuto rilevare che lo stato dei luoghi era rimasto come l’avevo lasciato l’anno precedente. Secondo me le mantellate di protezione erano state realizzate male e si vedeva a occhio nudo che il materiale all’interno era di pezzatura inadeguata: c’erano ghiaia e sabbia e non pietre che in vece non sarebbero potute uscire dalla rete. Quei lavori – ha aggiunto Porcu – erano stati fatti nel 2010 dal Consorzio di Bonifica in base a una convenzione con il Genio Civile. Io ero stato incaricato di fare dei calcoli idraulici in 16 sezioni che mi portavano fino al rio Posada e a monte della diga. Il ponte di Oloè, però, non era tra i punti che dovevo controllare». Dichiarazioni che ovviamente non hanno lasciato indifferenti i legali della difesa che, a più riprese, sono intervenuti sottolineando al teste che alcune valutazioni non potevano certo essere di sua competenza. Dopo di lui ha deposto il maresciallo Pasquale Salis, che all’epoca dei fatti comandava la stazione di Santa Lucia. «Il 19 mattina mi chiamò il capitano di Siniscola perché andassi a Torpè nell’abitazione della famiglia Loi-Asper dove un’anziana non era riuscita a mettersi in salvo. Una volta lì il genero di Maria Frigiolini, Giampaolo Loi, mi disse che la suocera era inferma e che perciò non era riuscita a muoversi dal letto. Mi aveva indicato le stanze dove l’anziana si trovava – ha aggiunto Salis –. Loro erano riusciti a salire sul tetto con una scala a pioli». Il maresciallo ha quindi descritto lo stato in cui trovò la villetta nelle campagne di Torpè che la sera nel 18 novembre di sei anni fa vennero sommerse dall’acqua. Nelle giornate del 19 e del 20, su indicazione della Procura fece dei rilievi fotografici, oggi agli atti del processo. «La casa era piena di fango e nella sala da pranzo il tavolo ancora apparecchiato. Entrai nella camera da letto e trovai il corpo della donna tra il muro e il materasso: era interamente ricoperto di fango. Presi in braccio quel corpicino esile che non pesava più di 25 chili. Avevo avvisato il magistrato che mi disse di trasferire la salma nella camera mortuaria del cimitero di Torpè perché venisse ripulita prima del trasporto a Nuoro. Il 20 novembre, andai ancora nell’abitazione dei Loi per completare i rilievi e su ordine del pm, una volta concluso, avevo restituito la casa ai proprietari». L’udienza è stata rinviata al 7 maggio giorno in cui, oltre a sentire altri testi dell’accusa, il giudice dovrà pronunciarsi sulle richieste del pm Emanuela Porcu sulla possibile integrazione probatoria in riferimento alla telefonata registrata nella sala operativa del 118 la sera dell’alluvione, quando un soccorritore presente nell’ambulanza che trasportava i due feriti in ipotermia, e scortata dall’auto su cui viaggiavano Luca Tanzi e i colleghi, avrebbe chiesto indicazioni sulla strada da percorrere per arrivare al San Francesco. «Bisogna accertare –
ha detto il pm indicando anche nuovi testi da sentire – chi aveva dato l’indicazione di passare a Oloè. Perciò chiedo la trascrizione della conversazione e una perizia fonica per isolare le voci». La difesa però si è opposta ponendo la questione in termini di inutilizzabilità degli atti.

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