Orgosolo celebra Antonia Mesina l’omaggio alla ragazza “beata”

Dopo sei anni di ricerche e studi Salvatore Murgia, medico di Olzai, pubblica una nuova biografia «Mi ha affascinato e convinto a ricostruire quella vicenda il racconto dell’amica oggi 97enne» 

ORGOSOLO. Nel paese appena uscito dalla “disamistade”, che aveva diviso i Cossu e i Corraine, il 21 giugno del 1919 a Orgosolo nasce Antonia Mesina. È figlia di una modesta famiglia e destinata a essere silenziosa e quasi anonima come la sua stessa comunità, avvolta nella chiusura geografica e sociale. Quando non ha compiuto 16 anni, nel maggio del ‘35, muore nelle campagne di Orgosolo, massacrata da un ventenne compaesano, dopo essersi ribellata a un approccio sessuale. Il ventenne Ignazio Catgiu viene riconosciuto colpevole e condannato a morte, dopo che anche Mussolini ha firmato il diniego sull’ultima richiesta di bloccare l’esecuzione. Domani, sono 100 anni dalla nascita, è quella ragazza è la “beata” per antonomasia in Sardegna, un simbolo di forza umana, oltreché di osservanza dei princìpi della fede, che la Chiesa cattolica ha riconosciuto elevandola all’onore degli altari, a Roma il 4 ottobre 1987. Salvatore Murgia, 65 anni, di Olzai, medico di professione e storico per passione, ricorda in un libro Antonia. Lo fa dopo sei anni di ricerche sul campo. A partire dall’ascolto della testimone oculare dell’omicidio, quell’Annedda Castangia, oggi novantasettenne, amica della beata, che accompagnava quella mattina nel salto orgolese. Murgia: «Proprio il racconto di Annedda mi ha affascinato e convinto a ricostruire quella vicenda».

Le scoperte dell’autore sono tante. La più sorprendente è nel fatto che «il parroco annottò nel documento sulla scomparsa di Antonia che era morta senza ricevere i sacramenti. Senza neppure considerare che la mattina dell’omicidio aveva già fatto la comunione». Ma non è se non un particolare, seppur contradditorio, nel racconto di un fatto che sfonda come un fulmine sulla comunità locale, e non solo.

Ancora l’autore: «La commozione fu tanta e se ne ricava una prova dai funerali che coinvolsero l’intera popolazione. Antonia era una di loro e si era fatta conoscere per le doti caratteriali. Poi, c’era l’aspetto religioso – aggiunge Salvatore Murgia – per il suo essere una delle socie più attive dell’azione cattolica orgolese». Ma anche le storie in cui il valore umano è il fatto saliente capita spesso che si avviino sul sentiero dell’oblìo. L’autore del volume lo dice con chiarezza: «C’è un atteggiamento di lento distacco nella comunità e soprattutto è la stessa Chiesa che per molto tempo non riconoscerà la grandezza di Antonia Mesina. Il suo martirio viene derubricato ad atto di difesa dell’onore, senza che invece ne sia riconosciuto quale fondamento la rigida osservanza dei valori della fede». Solo 30 anni più tardi la vicenda sarà ricordata in un servizio sul settimanale dei paolini “Famiglia Cristiana”. Nel ’55, arriva a Orgosolo arriva don Giovanni Sanna, che propone alle giovani dell’Azione cattolica la figura della martire. Sono segnali isolati, se non locali, ma riaccendono la luce della giovane, sempre più luminosa, col processo di beatificazione che ha preso le mosse, seguito dai vescovi Giuseppe Melas e Giovanni Melis. Il 4 ottobre del 1987 tutta la cristianità guarderà a Roma e ripenserà alla giovane di Orgosolo, con ammirazione e ancora dolore, come lo si avverte davanti all’immagine di un martirio.

Il libro di Murgia è anche un esempio di curiosità giornalistica. C’è l’Orgosolo della prima metà del ‘900, ancora incerta nei suoi passi civili. E che si ritrova a dover guardare a un delitto sfuggito alle stesse regole locali e di una vita dalle situazioni certe volte dure, spesso non in grado di garantire serenità e prospettiva.

L’omicidio a sfondo sessuale «è fatto disonorevole». La vittima è una giovanissima donna, «e anche questo elemento esce fuori dalle regole del codice barbaricino». Codice che non prevede neppure il perdono, da parte della famiglia della vittima. Qui un’altra eccezione, dice Murgia: «Prima che Catgiu venisse portato davanti al plotone di esecuzione, la sua famiglia avevano chiesto la grazia. Ma i genitori non accordano il perdono: “Che si applichi la legge”, sarà la loro risposta. Credo scontata, a
due soli anni dal delitto». Il tempo successivo si veste di segni diversi, ricorda ancora l’autore: «La madre in seguito perdonerà l’assassino e anzi in sua memoria farà celebrare ogni anno una messa in suffragio. Perdonerà anche il padre, deceduto sette anni dopo la morte della figlia».

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