Nuoro, «La rinascita è nelle terre pubbliche»

Copagri dà vita a un comitato di valorizzazione insieme a diversi Comuni dell’interno

NUORO. Ripartire dalle terre pubbliche. Fare in modo che dopo anni di abbandono diventino il motore della rinascita delle zone interne, altrimenti destinate a un inesorabile spopolamento. In che modo? Rendendone più agevole l’utilizzo da parte dei privati, creando infrastrutture del tutto assenti come l’energia elettrica o carenti come le strade di campagna, dando la possibilità di accedere a finanziamenti europei. Ci crede la Copagri, associazione che raduna un buon numero di agricoltori e allevatori, che già nei mesi scorsi aveva promosso un convegno sull’argomento. Il prossimo passo è stato presentato ieri ed è la nascita di un Comitato per la valorizzazione delle terre pubbliche, al quale hanno già aderito numerose amministrazioni (Orune, Dorgali, Villagrande, Talana, Urzulei, Orgosolo, Desulo, Lei, Teulada, Villacidro, Sinnai, Morgongiori, Buddusò, Oliena) e che vede la partecipazione al proprio tavolo di istituzioni direttamente interessate all’argomento, dall’agenzia Laore al Corpo forestale.

In Sardegna le terre pubbliche ammontano a 500mila ettari, ha ricordato il presidente regionale di Copagri Ignazio Cirronis, praticamente un quinto della superficie dell’intera isola, e sono concentrate in particolare nell’interno. Il piano di rinascita della Sardegna, in particolare il secondo (la legge 268 del 1974), poneva queste aree al centro dello sviluppo delle aree interne, sottolinea Giampaolo Sanna, presidente provinciale di Copagri. A esse erano dovevano essere destinate, comune per comune, strategie di intervento mirate e cospicue dotazioni finanziarie. Eppure solo Dorgali potè godere di un progetto da 45 miliardi di lire (attualizzati 320milioni di euro attuali), in particolare nell’area di Isalle, che oggi è una fiorente realtà agricola (vigne della Cantina sociale) e pastorale (Coop di Dorgali). Anche a Orune, ricorda Sanna, ci fu un tentativo e uno stanziamento iniziale di 15 miliardi di lire, poi il progetto fu abbandonato. Qui come in tutta la Sardegna. Pietro Tandeddu, responsabile nazionale del comparto ovicaprino di Copagri, sottolinea come buona parte delle terre pubbliche in realtà sia tale solo di nome, perché già assoggettata ad altri utilizzi: metà dei 500mila ettari sono infatti gestiti da Forestas, ma in campo ci sono anche Assl e Curie, solo per fare degli esempi. Oppure, ultime non per importanza, le servitù militari.

Comunque la sia guardi il nodo delle terre pubbliche è negli usi civici, che da una decina d’anni a questa parte sono diventati il tormento di molte amministrazioni. Per questo, in un momento in cui dalla Regione arrivano segnale politici di apertura, i comuni chiedono una loro ridefinizione. I casi, anzi i paradossi non mancano: metà degli alloggi sparsi nella costa di Orosei sorgono su terreni gravati da usi civici (lo si è scoperto 30-40 anni dopo la loro costruzione), lo stesso accade nell’abitato di Orgosolo, o a Dorgali. A Talana vorrebbero destinarli a uso turistico perché abbandonati (un campo da golf, in realtà). La zona industriale di Nuoro è costruita su terreni a uso civico, anche se la Regione ha potuto regolarizzarla, come ha ricordato il decano degli agronomi sardi, Dario Capelli (il progetto di Dorgali di cui si parlava sopra porta la sua firma). Ma la Regione ha già visto ben quattro sentenze della Corte costituzionale andarle
contro quando ha cercato di modificare gli effetti degli usi civici (leggi sclassificazione). Che fare, dunque? Servirebbe una legge del parlamento, perché nonostante la sua autonomia la Regione Sardegna forse ha dimostrato di non avere più carte da giocare in materia. (p.me.)

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