Dorgali grida no alla violenza

Assemblea in piazza con i vertici Dem, ex sindaci e M5s. Due anni fa l’attentato al centro accoglienza

INVIATO A DORGALI. Al di là dei colori e delle opinioni politiche è un intero paese a sentirsi offeso e ferito dalla bomba che lunedì notte ha devastato la sezione del partito democratico. Come se quell’attentato, folle e ancora inspiegabile, avesse varcato un limite che una comunità abituata al confronto, talvolta pure crudo e polemico, giudica inaccettabile. Così all’incontro pubblico convocato ieri sera in piazza Su Cucuru dall’unico consigliere comunale del Pd, Lino Fancello, e dalla segretaria cittadina del partito Valentina Schirru, la partecipazione della Dorgali democratica è stata – a eccezione forse delle sole forze di destra – sentita e massiccia. A cominciare dal movimento cinque stelle, che qui governa con un monocolore guidato da Itria Fancello, che assieme al vice sindaco Cipriano Tendas Mele ha avuto parole durissime verso gli attentatori. E con loro il deputato M5s Alberto Manca. Tutti hanno voluto prendere la parola in pubblico dopo la riunione straordinaria del consiglio svoltasi poco prima, dove è stato votato a maggioranza un documento in cui si parla di «insensata violenza»: «Chi pensa di poter parlare con le bombe si pone fuori dal consorzio civile e non è degno di essere definito cittadino», scrivono i consiglieri comunali di Dorgali.

Uno sdegno generale, anche perché a ben guardare quel palazzetto ora pericolante in via Lamarmora, la strada principale del paese, ha caratterizzato la vita di un po’ tutti i dorgalesi. Una specie di casa del popolo dove sono passate generazioni di cittadini, non solo gli iscritti al partito comunista che con una sottoscrizione e il proprio lavoro lo costruirono nel 1980, quando a Dorgali la sinistra sfiorava il 50% delle preferenze. Così, l’immagine del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo (Botteghe Oscure regalò un poster del quadro a grandezza naturale, tre metri per cinque, per l’inaugurazione della sezione), squarciato dall’esplosione della notte scorsa, che tanta diffusione ha avuto sui media negli ultimi giorni, diventa il simbolo dell’offesa a un’intera comunità. Lo dicono i sindaci che si sono avvicendati a Dorgali negli ultimi decenni e hanno voluto portare la propria solidarietà. Da Tonino Loi a Tonino Testone, da Angelo Carta (vittima a sua volta di una attentato nel 2005) a Vannina Mulas, da Caterina Loi a Nanni Fancello. Con loro i vertici del Pd e del centro sinistra sardo: dal segretario regionale Emanuele Cani ai deputati Andrea Frailis e Romina Mura, i consiglieri Roberto Deriu e Massimo Zedda, e Francesco Berria, presidente della Fondazione Enrico Berlinguer (proprietaria della sede colpita dall’esplosione).

«È stata una ferita per tutti – dice la segretaria cittadina Valentina Schirru – Noi a Dorgali non facciamo così». Le parole di Lino Fancello, candidato dal centro sinistra alle comunali del 2016 e oggi consigliere d’opposizione, sono ancora più dure. «È stato colpito un simbolo della democrazia, della politica e dell’attività amministrativa del nostro paese». Fancello evoca la strategia della tensione degli anni 70 e 80, accusa chi soprattutto a livello nazionale
fomenta un clima d’odio che poi sfocia in gesti inconsulti e irrazionali come la bomba alla sezione Pd, o due anni fa al centro di accoglienza degli immigrati a Su Babbu Mannu, a pochi chilometri da Dorgali. Stragi sfiorate, in entrambi i casi, sulle quali deve essere fatta piena luce.

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