Ciclone Cleopatra, un anno dopo: i fondi mai arrivati

A un anno dall’alluvione che ha provocato nell’isola 19 morti, la Sardegna denuncia le promesse vuote dello Stato. Per il presidente Pigliaru i danni assommano a 660 milioni e ne sono arrivati solo 20. La ricostruzione rischia di restare a lungo bloccata. Intanto decolla l’inchiesta sul Piano d’assetto idrogeologico del comune di Olbia.

SASSARI. Danni per quasi 660 milioni, risorse da spendere solo per 185. Sintetizzato in due cifre, il dopo-alluvione non potrebbe rivelarsi più emblematico e totalmente negativo di così.

A un anno dal nubifragio il governo non ha altri soldi da destinare all'isola. In realtà non ne ha neppure per le nuove aree esposte a inondazioni. Il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, ha ammesso con schiettezza di custodire in cassa per le emergenze appena 70 milioni, a fronte di danni già accertati negli ultimi tre anni in tutt'Italia pari a 2,3 miliardi. Ma quei 70 milioni sono spiccioli, specie se si pensa al quadro di devastazioni in atto. Anzi, rappresentano il segno di come la mancata copertura delle "poste" destinate agli allarmi ambientali venga giudicata a Roma qualcosa d'ineluttabile. Almeno da larga parte della classe politica nazionale. Che trova sempre i denari per finanziare l’industria bellica con nuovi war games in terra sarda, ma quasi mai sostiene di averli per prevenire i rischi geologici con un’efficace programmazione.

Dinanzi a posizioni riproposte con tanta pervicacia nel tempo si dovrà così parlare dei costi del dopo-nubifragio seguendo schemi per i quali non si trova imbarazzante agire a posteriori.

Il fabbisogno complessivo certificato nell'isola dopo il Ciclone Cleopatra ammonta per l'esattezza a 495 milioni per il patrimonio pubblico, 39 per quello privato e 124 per le attività produttive. Questo in teoria, dunque. Perché nella pratica per il momento il denaro utilizzabile non si avvicina neppure a un terzo. Ecco i conti. Dalle risorse agricole Ue sono stati attinti 40 milioni. La giunta regionale ne ha potuto stanziare altri 74, in totale, tra assistenza alle popolazioni e fondi per il sistema alluvioni, allargati ad altri aiuti Ue e comprensivi dei nubifragi che hanno colpito Santa Teresa e Sorso. Finora i finanziamenti statali si sono limitati a 20 milioni, più altri 50 gestiti dall'Anas per ricostruire strade e ponti crollati. In definitiva da Roma è arrivato poco più di un decimo dell’indispensabile.

E il governo ha allentato solo pochissimi lacci del patto di stabilità. Senza quei vincoli - come non si stancano di sottolineare gli esponenti della giunta regionale e tanti sindaci di Gallura, Nuorese e Oristanese - molte risorse locali avrebbero potuto venire liberate. E impiegate per arginare le conseguenze più preoccupanti del nubifragio. Invece, tutto o quasi è ancora fermo per una burocratica interpretazione delle regole. Regole nate per frenare gli sprechi che adesso si ritorcono contro i sardi di fronte alle catastrofi.

Tutti aspetti di un malgoverno del territorio che a distanza di un anno la dicono lunga sugli effetti collaterali del disastro. Tra pericoli ambientali ricorrenti, leggi ancora troppo elastiche per tutelare effettivamente coste e suoli, urbanizzazioni incontrollate e canali tombati costruiti con logiche inaccettabili, appare chiara la scelta: intervenire solo dopo le catastrofi, non prima.

Un atteggiamento da cinici che a ogni cosa danno un prezzo, mai il suo valore. Che cosa sarebbe successo infatti se un grande esercito di volontari non avesse promosso collette con generosità, raccolto contributi di privati, di società e di fondazioni e consegnato di persona denaro agli alluvionati? Per colmare il gap tra fondi necessari e soldi statali davvero disponibili, forse, sarebbe rimasto soltanto

un ricorso suppletivo all'Europa. Ma siamo sicuri che in questo caso non ci sarebbe stato un altro pericolo? E cioè che le tagliole della spending review, con una mancata prevenzione così grave, scattassero persino di fronte a morti, feriti e sfollati?

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