Truffa ai condomini della Costa Smeralda, 4 manager indagati

L’inchiesta avviata dalla procura dopo la denuncia di alcuni consorziati

PORTO CERVO. Dalle beghe condominiali alle accuse di truffa aggravata ai danni dei consorziati. L’ultimo capitolo giudiziario che riguarda la Costa Smeralda, più precisamente i vertici del Consorzio smeraldino e dei Servizi Consortili – la società in house che garantisce la vigilanza privata, i rifornimenti idrici, la raccolta dei rifiuti e l’illuminazione del comprensorio di Porto Cervo – lo ha scritto il capo della procura della Repubblica di Tempio Domenico Fiordalisi con l’invio degli avvisi di conclusione delle indagini avviate un anno fa.

Gli avvisi riguardano Mariano Pasqualone, già Ad di Sardegna Resort e consigliere del Consorzio, il consigliere Stefano Marri, un avvocato di Milano; Pietro Cannas, dirigente del Consorzio e l’avvocato cagliaritano Renzo Persico, da decenni presidente del “Consorzio Costa Smeralda”, uno dei condomini più blasonati e costosi d’italia. Stando alle accuse mosse da alcuni consorziati i quattro avrebbero omesso di annotare e rendere pubbliche, nelle diverse convocazioni assembleari, le quote milionesimali possedute dalla “Resort Sardegna”, ovvero la cassaforte che racchiude tutti gli immobili e i terreni di proprietà della holding finanziaria che controlla la Costa Smeralda, ora nelle mani dei fondi sovrani dell’Emirato del Qatar.

La denuncia dei piccoli proprietari, i “peones” della Costa – poche persone a fronte di 3850 consorziati – riguarderebbe «l’omesso aggiornamento delle carature milionesimali correlativamente alla consistente crescita di volumetrie e superfici delle proprietà appartenenti in particolare al consorziato numero 5503, Società Sardegna Resort S.p.a.; dissimulando la reale consistenza immobiliare ricadente nel consorzio e di conseguenza i corrispondenti valori di caratura, celando, anche a seguito delle legittime richieste dei consorziati, la documentazione attestante dati, calcoli e esiti della determinazione delle carature e corrispondenti quote, omettendo quindi di rilevare circostanze che si aveva l’obbligo giuridico di riferire».

Il tutto, stando

alle indagini portate avanti dalla procura della Repubblica, a danno dei consociati, i quali «erano tenuti a pagare quote superiori a quelle che sarebbero derivate dal rispetto dei criteri statutari». Ora i difensori hanno 20 giorni di tempo per produrre memorie o chiedere ulteriori indagini.

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