Padru, un calvario di dieci anni in attesa del risarcimento

L’imprenditore di Padru Antonio Mura: «Lo Stato mi ha abbandonato». Nel 2009 subì danni per 640mila euro ma le sue richieste sono lettera morta

OLBIA. Le alluvioni raccontano sempre brutte storie. Quando va bene sono tragedie sfiorate ma l’acqua lascia comunque ferite nelle campagne, allaga le case, distrugge strade, negozi e capannoni. Tutti danni recuperabili con tanta solidarietà e una buona dose di risarcimenti, che prima o poi arrivano. Non per tutti. Ci sono infatti altre storie, che si contano sulle dita di una mano e gridano vendetta.

Come quella di Antonio Mura, 67 anni, imprenditore di Padru con le mani dentro ai motori dall’età di 9 anni, rimasto orfano a 14. Le lancette del suo orologio sono ferme al 24 settembre 2009, quando la sua azienda – un’officina per barche e roulottes – è stata spazzata via dalla piena del fiume Lerno. Dieci anni in cui l’imprenditore è stato snobbato dalle istituzioni, diventando così in un orfano di Stato.

L’Antonio Mura giovane ha un percorso da zaino in spalla e biglietto in tasca: ha fatto il giro delle officine di mezzo mondo. Poi, nel 1979, è ritornato a Padru per investire a casa propria. Gli affari andavano bene e l’onda che si è alzata dal Lerno dieci anni fa è arrivata per lui come per tutti in quella zona: all’improvviso.

Come se non bastasse, nel 2013 ha subìto danni anche durante il passaggio di Cleopatra. A quel punto l’imprenditore ha fatto i conti col disastro e per rimettere in moto barche e roulottes ha chiesto aiuto ovunque e a chiunque.

In pochi hanno risposto ma nessuno gli ha mai dato quello che chiedeva e chiede ancora: un minimo di risarcimento. «Ho scritto ai presidenti del Consiglio e della Repubblica, la Regione, la Provincia, il prefetto, l’ente di controllo – spiega l’imprenditore –. Mi ha risposto soltanto Sergio Mattarella e il sindaco di Padru, quest’ultimo è l’unico che si è impegnato. Addirittura davanti a me ha preso una posizione molto dura col responsabile della Protezione civile».

Tanta solidarietà e pacche sulle spalle: sono queste le uniche cose che Antonio Mura ha ricevuto dallo Stato, inteso come insieme delle istituzioni pubbliche. Eppure poche settimane dopo il disastro del 2009, l’imprenditore ha inviato un folto fascicolo ai vari enti. Una perizia tecnica firmata da un professionista, che ha messo nero su bianco l’elenco dei danni subiti alle strutture, ai mezzi e alle attrezzature: oltre 640mila euro che hanno messo in ginocchio l’azienda e il proprietario. Altri 100mila euro circa è invece la stima dei danni subìti durante l’alluvione del 2013.

«Ho perso tutti i clienti – riprende Mura – e ora, a 67 anni, devo ricominciare a cercarli? Avevo una posizione che stavo benino, non mi potevo lamentare. E invece poi è stato tutto rovinato per colpa loro (le istituzioni, ndr), lo sapevano da sempre».

L’alluvione si è accanita anche con l’attività del figlio: circa due metri d’acqua che hanno messo ko un’officina di marmi e assestato un altro duro colpo all’economia familiare. «Voglio capire se anche io sono un cittadino italiano – dice ancora il 67enne – se faccio parte dello Stato o no. Altrimenti perché mi chiedono di pagare le tasse? Mi risarciscano o mi esentino di tutto».

La sua storia aveva fatto molto clamore, fino a scavalcare i confini nazionali. Ma poi non se n’è saputo più nulla. «A Padru erano venute anche le troupe di due televisioni, La 7 e anche una francese – racconta ancora Mura –. Ma non mi hanno lasciato spiegare bene, hanno tagliato molto».

In attesa di avere una risposta dalle istituzioni sono trascorsi già dieci
anni. Ma Antonio Mura è un tipo coriaceo, e quindi non si vuole arrendere: «L’avvocato che mi sta seguendo, Enrico Cossu di Sassari, ha preso in mano il mio fascicolo e ha inviato una lettera di diffida alla Regione. Mi devono risarcire, mi devono dare qualcosa altrimenti sono rovinato».

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