Olbia, «Diteci perché è morto nostro figlio»

Archiviata l’indagine sull’incidente avvenuto nel settembre 2018, ma i genitori di Gianluca Carta non si danno pace: «Quella strada è pericolosa» 

OLBIA. Un’archiviazione dopo l’altra e i genitori di Gianluca Carta trattengono a stento le lacrime. La Giustizia sembra non volersi occupare dell’incidente stradale che lo scorso 16 settembre era costato la vita al motociclista 34enne schiantatosi con la sua Kawasaki contro un guard rail della panoramica che collega Olbia a Golfo Aranci, all’altezza di Suiles. Peggio, sembra voler liquidare l’indagine sull’incidente con un gelido e tombale “ha fatto tutto da solo”. Come dire: il centauro ha perso il controllo della moto ed è finito fuori strada. Conclusione inaccettabile per Narcisio Carta e Marianna Montevago, papà e mamma di Gianluca. «Vogliamo solo sapere come è perché è morto nostro figlio», dicono con un filo di voce e intanto si affidano al reclamo appena presentato in tribunale, a Tempio, dal loro difensore, l’avvocato Abele Cherchi. Dopo due decreti di archiviazione, questa è l’ultima spiaggia giudiziaria per dare un senso alla vita e alla morte di un giovane di 34 anni, ennesima croce piantata sull’asfalto malconcio delle strade galluresi.

In realtà, Narcisio Carta e Marianna Montevago hanno un’idea ben chiara di come è morto il loro figlio. Sin dal primo momento hanno puntato l’indice verso quel tratto di strada, pericoloso perché pieno di dossi e avvallamenti non segnalati e con un insidioso gradino trasversale capace di mettere in difficoltà anche un motociclista esperto come era Gianluca Carta. Tutto questo è scritto nella relazione del consulente di parte Giovanni Lippi, ingegnere, allegata alla prima istanza di opposizione presentata dal difensore di Carta, l’avvocato Abele Cherchi, all’archiviazione richiesta dal pubblico ministero Ginevra Grilletti. L’istanza difensiva però era stata dichiarata inammissibile dal gip Caterina Interlandi che alla vigilia di Natale aveva anche disposto l’archiviazione dell’inchiesta “de plano”, cioè in assenza di istruttoria. Adesso alla famiglia Carta resta l’ultima possibilità, cioè il reclamo al tribunale, in composizione monocratica.

«Non ci è stata data la possibilità di mostrare argomenti, perizie e testimonianze – è l’amara considerazione di Narcisio Carta – si vuole archiviare l’indagine senza tener minimamente conto di noi. Eppure quello che è successo non può essere liquidato con un semplicistico “ha fatto tutto da solo”, quando invece stiamo parlando di un motociclista esperto e prudente che si è trovato a percorrere una strada che ha le caratteristiche
di pericolosità evidenziate dalla relazione di un perito. Che però non è stata neanche presa in considerazione dal magistrato. Non è giusto, perché noi abbiamo il diritto di sapere perché è morto nostro figlio e sino a quel momento non ci daremo pace».

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