Cellula Al Qaeda, via alla requisitoria

Processo ai presunti terroristi. Il pm Tronci: nessun complotto contro gli imputati

SASSARI. Chiedevano di Osama al telefono. «Come sta Osama?», «Cosa fa Osama?». Ma la persona di cui gli indagati parlavano in quelle telefonate fatte ai loro familiari di Peshawar non era il capo di Al Qaeda bensì un bambino di tre anni, nipote di uno degli arrestati, che semplicemente aveva lo stesso nome di Bin Laden.

Lo ha puntualizzato il pm Danilo Tronci che ieri mattina ha iniziato la discussione nel processo contro la presunta cellula terroristica affiliata ad Al Qaeda.

«Una premessa fattuale» ha definito il pubblico ministero della Dda di Cagliari la lunga introduzione storica che ha aperto la requisitoria davanti alla corte d’assise di Sassari (presidente Pietro Fanile, a latere Teresa Castagna) e che vede alla sbarra undici pakistani sospettati di appartenere a una cellula terroristica che sarebbe stata individuata a Olbia ad aprile del 2015. Gli imputati erano stati arrestati in un blitz della Dda di Cagliari e della Digos di Sassari. Alcuni di loro ieri erano in aula ad ascoltare e prendere appunti, cinque (per i quali era stata chiesta la proroga della detenzione) sono usciti da Bancali lo scorso dicembre, per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva.

Tronci ha ripercorso le tappe principali dell’evoluzione dell’Islam, «una carrellata storica» passando per la prima guerra del golfo e l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, per arrivare a Bin Laden e all’11 settembre, l’uccisione di Osama in Pakistan, il vuoto di potere e le organizzazioni terroristiche. E proprio sulle modalità di finanziamento alle organizzazioni si è soffermato il pm che ha parlato dei «contributi da parte dei fedeli» che si guadagnavano in questo modo «una patente di affidabilità». La raccolta illegale di fondi – insieme ai reati di strage e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – viene contestata agli 11 componenti della presunta cellula.

I negozi e le abitazioni di Olbia, Sassari e Alghero di Sultan Wali Khan (considerato il capo), stando alla tesi dell’accusa, servivano per sostenere la raccolta di collette tra i musulmani dell’isola e la comunità mediorientale, denaro destinato tra l’altro al finanziamento delle scuole coraniche in Pakistan. L’accusa più grave resta però quella di aver ideato e pianificato azioni terroristiche ordinando diversi attentati in Pakistan, il più grave quello al mercato pubblico di Peshawar. «Un complotto» aveva definito proprio Sultan il castello accusatorio che sorregge l’inchiesta della Dda. «Una tesi che non sta in piedi – ha replicato ieri Tronci – e alla quale si ricorre quando non si riesce a motivare le accuse a proprio carico». In particolare era stato puntato il dito contro l’interprete (Alì) «che a detta dell’imputato
avrebbe fatto delle trascrizioni false – ha ricordato il pm – Ma che senso avrebbe avuto? Perché esporsi a un rischio simile? Non reggono né i motivi religiosi né quelli economici. Quindi: nessun complotto».

La requisitoria riprenderà domani.

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