La procura: «Noi rispettiamo la legge»

Il pubblico ministero Andrea Padalino replica alle parole dell’avvocato difensore di don Giovanni Usai

ORISTANO. «Non intendo replicare a quanto affermato dall’avvocato Annamaria Uras, in merito allo svolgimento del processo contro don Giovanni Usai. Perché i processi si fanno in udienza ed è per questo che esistono le aule di tribunale. Ma per tutelare il buon nome della procura e soprattutto l'operato della polizia giudiziaria, intendo chiarire alcuni punti». Così si esprime il procuratore capo Andrea Padalino, pubblico ministero nel procedimento a carico del sacerdote originario di Assolo, accusato di favoreggiamento della prostituzione e violenza sessuale.

Sabato scorso, in una nota, il difensore aveva attaccato pesantemente la procura per i metodi utilizzati durante le indagini dalla polizia giudiziaria, denunciando la commissione di «reati gravissimi». Annamaria Uras, inoltre, aveva definito «Irrituali e scorrette, oltre che infondate», le affermazioni fatte dal pubblico ministero nella scorsa udienza di giovedì.

Andrea Padalino aveva riferito in aula di essere in possesso di un filmato che ritrarrebbe don Giovanni Usai a casa di una delle testimoni. Mostrerebbe il fondatore della comunità Il Samaritano mentre, tra le lacrime, pregherebbe la giovane di non recarsi in udienza per rendere testimonianza. Senza entrare nel merito della vicenda, sono altre le precisazioni che il procuratore capo intende sottolineare: «Non esiste alcuna denuncia nei confronti del personale di polizia giudiziaria che ha svolto le indagini sui reati contestati a don Giovanni Usai. E ove fossero state presentate, queste denunce sarebbero del tutto calunniose».

Andrea Padalino si riferisce a una delle contestazioni mosse dall'avvocato Uras nella nota incriminata, ovvero il fatto che i presunti reati commessi dai pubblici ufficiali siano «perseguibili d’ufficio e per i quali inspiegabilmente la procura non ha ancora fatto indagini né ha preso provvedimenti adeguati alla gravità dei fatti documentati». Nulla di tutto ciò è, secondo quanto riferito dal procuratore capo, neanche lontanamente vicino alla verità. «L’operato della polizia giudiziaria è stato a dir poco encomiabile e la stessa ha agito con totale correttezza e nell’osservanza scrupolosa delle norme del codice di procedura penale», aggiunge Andrea Padalino. Ieri mattina, un ulteriore atto della procura è andato a sommarsi al faldone del processo in corso. Rilevato il pericolo di inquinamento delle prove e visto il fatto del presunto tentativo di subornazione da parte di don Giovanni Usai ai danni di una teste nigeriana riferito durante l'udienza di giovedì scorso, il pubblico ministero ha depositato tutti gli atti relativi

alla vicenda.

È una procedura consentita dall'articolo 430 del codice di procedura penale, trattandosi di attività integrative dell'indagine svolta dal pubblico ministero. «Tali carte saranno a disposizione dei difensori nei tempi dovuti, secondo la legge», assicura il procuratore.

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