Il maltempo imperversa ma non ferma S’attittidu

Bosa si ripete fedele alle sue tradizioni con il trasgressivo Carrasegare ‘Osincu Cittadina invasa nonostante la pioggia, in serata la “disperata” ricerca di Giolzi

BOSA. Divertimento doveva essere, e divertimento è stato. Pioggia, grecalino pungente e pure qualche grandinata non hanno fermato il secolare rito di S’attittidu, uno degli appuntamenti storici del Carrasegare ‘Osincu. Il corso Vittorio Emanuele non ha registrato i numeri record degli anni scorsi in termini di partecipazione, ma l’allegria ha comunque trionfato nella via in acciottolato del ‘700. Con le prefiche in nero a chiedere “Unu tichirigheddu de latte” per l’infante, simboleggiato da una malconcia bambola, abbandonato dalla madre persa nella baldoria generale. Mentre a sera le bianche vesti di Giolzi Moro hanno scritto la parola fine sull’edizione 2014 della lunga kermesse in riva al Temo.

“Deo mi la leo cun calma” (io me la prendo con molta calma) dice una delle maschere di S’Attittidu. Abito femminile rigorosamente nero, “pischedda” (cestino) in giunco sotto braccio, l’uomo si aggira serafico tra la folla, con il volto annerito dalla fuliggine di sughero, offrendo agli amici un pezzo di salsiccia o di formaggio e un buon bicchiere di ottima Malavasia, e nel contempo recitando il consueto lamento sulle vicissitudini del carnevale. Mentre tutto intorno, specialmente i più giovani, squarciano l’aria con pianti e lamenti dagli alti decibel.

Ognuno ha la sua filosofia nell’affrontare S’Attittidu, che sul canovaccio del pianto offre vari spunti di contemporanea riflessione. Sempre però legato ai vincoli della tradizione, ben interpretati dai più esperti. Mentre neanche il forte maltempo che si è abbattuto sulla fascia centro occidentale dell’isola riesce a fermare le maschere. Che quando piove si radunano nei locali pubblici, sotto i poggioli e nel più ampio portico di piazza Fontana. Per guadagnare, appena uno sprazzo di bel tempo lo permette, nuovamente la scena urbana. Unendo, al più consueto utilizzo di bambole e pupazzi vari, quello di ortaggi dalle variegate forme, o anche del “randadu” di Filet una particolare interpretazione, il tutto condito con l’inequivocabile metafora della procreazione. Che i più coraggiosi, buste di plastica ai piedi e ombrello in mano, hanno perseguito anche sotto l’acqua battente.

Irriverente, goliardico, satirico, gli aggettivi su S’Attittidu e sul rito serale di Giolzi hanno cercato di definire la sociale messinscena che tocca Bosa nei suoi gangli più vitali. Coinvolgente come sempre, nella commedia che spinge sui cardini della morte e della vita trascinando inevitabilmente maschera e spettatore. Riti che non si sono spenti neanche con la modernità, malgrado qualche intaccatura legata alla percezione del costume morale generale o ad un, finalmente in calo nelle forme più esasperate, consumo “live” di alcolici.

Dall’imbrunire

poi, sempre sfidando il freddo, a prendere la scena sono le maschere in bianco alla ricerca di Giolzi. Che perpetuano, fino a notte fonda quando non alle prime luci dell’alba, quello spirito di libertà e allegria che anima da secoli il popolo del Temo.

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