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L’etruscologo: «Reperti falsi». Ma in aula è scontro

ALLAI. Sono dei falsi o degli incredibili reperti etruschi che costringeranno tutti a riscrivere la storia di due popoli, quello sardo e, per l’appunto, quello etrusco? La risposta è in mano al...

ALLAI. Sono dei falsi o degli incredibili reperti etruschi che costringeranno tutti a riscrivere la storia di due popoli, quello sardo e, per l’appunto, quello etrusco? La risposta è in mano al giudice monocratico Antonio Enna e la sua non sarà una decisione semplice, perché di fronte a dei pareri alquanto discordanti. Ieri se n’è avuto un ulteriore esempio, quando in aula è cominciata la deposizione del perito che lo stesso giudice aveva nominato per valutare la veridicità o meno di una decina di reperti ritrovati alcuni anni fa sulle sponde del lago Omodeo, nella zona di Crocores.

La scoperta fu fatta dall’appassionato di archeologia Armando Saba, ma la Soprintendenza bollò immediatamente quelle come delle pietre trattate in maniera nemmeno troppo raffinata da chi voleva far credere di aver ritrovato qualcosa di sensazionale. Da quel momento iniziarono le traversie per Armando Saba, che a breve conoscerà anche il destino del suo processo. Il 12 dicembre ci sarà la discussione che vedrà impegnato il pubblico ministero Ivan Sanna e l’avvocato difensore Giovanni Paolo Meloni. Quest’ultimo ieri è stato protagonista di un acceso botta e risposta con il testimone. Quando il professor Mario Torelli, docente di Archeologia dell’università di Perugia, ha osservato i dieci reperti e li ha immediatamente definiti come falsi, sono partite le domande. Innanzitutto è stato chiesto il perché di queste sue certezze, che sposavano quelle del professor Rendeli che, in qualità di consulente del pubblico ministero, aveva già definito come dei falsi i reperti di Allai.

A quel punto però la difesa, che ha come consulente il professor Gigi Sanna, ha osservato come su un reperto etrusco simile e tra i più famosi, come il Fegato di Piacenza, sia stato notato un particolare presente anche in quello che è stato ribattezzato come “dischetto di Crocores”. Il problema è che sul fegato di Piacenza, questo dettaglio è stato notato successivamente al ritrovamento del reperto di Allai e questo, secondo la difesa, farebbe propendere per la veridicità del dischetto di Allai. Ad ogni buon conto, il professor

Torelli non ha notato quel dettaglio e ha appoggiato le tesi del professor Rendeli, docente all’università di Sassari. E proprio su questo aspetto, la difesa ha protestato perché i due, fuori dall’aula, hanno colloquiato a lungo prima che le deposizioni di fronte al giudice cominciassero.

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