Le intercettazioni tradiscono gli indagati

Pompu, ecco alcuni dei dialoghi che hanno portato all’arresto dei tre allevatori accusati di aver ucciso Tonino Murranca

POMPU. «Quello che ha incasinato tutto è il tuo telefono e la telecamera di Masullas». A parlare è Lorenzo Contu, uno dei tre indagati per l’omicidio di Tonino Murranca. E Graziano Congiu, altro indagato, risponde: «Per quello incolpano me e basta. L’avevo spento e mi dev’essere caduto proprio lì». E «lì» è il luogo nelle campagne di Marrubiu in i due, con Stefano Murru, avrebbero cercato di cancellare ogni traccia dell’omicidio che avrebbero commesso il giorno prima.

Intercettati in caserma. Tra un interrogatorio e l’altro, quando ancora sono dei semplici testimoni, parlano a ripetizione. Sono in caserma e uno alla volta vengono chiamati di fronte ai carabinieri. Gli altri due invece aspettano fuori, nella saletta in cui sono piazzate le microspie. E proprio di fronte a quei microfoni invisibili i tre si sarebbero traditi più volte, convinti che nessuno li stia ascoltando. Invece le loro conversazioni sono registrate, perché gli uomini dell’Arma sono convinti di avere per le mani le persone giuste.

Il momento dell’arresto. Quei dialoghi sono poi finiti nell’ordinanza di custodia cautelare che li ha portati in carcere, accusati di omicidio volontario, distruzione e occultamento di cadavere. Eppure sino a quel momento la preoccupazione principale in quei giorni di fine settembre e inizio ottobre era quella per il bestiame. Del vero motivo per cui sono lì in caserma, ovvero l’omicidio del commerciante ambulante Antonio Murranca ucciso a settembre e il cui cadavere è stato poi dato alle fiamme nelle campagne di Marrubiu, non sembrano poi darsi tanti pensieri. Ma non è una novità che si preoccupino delle pecore – «Per altro non ho nessun problema, è per le bestie» dice Lorenzo Contu – e non della vittima e che, forse, anche scherzando dicano: «Adesso ci mettono le manette». Ci sono però altre parole ben più significative che hanno convinto il pubblico ministero Paolo De Falco a richiedere la custodia cautelare in carcere, poi accordata dal giudice per le indagini preliminari, Silvia Palmas.

L’alibi che non regge. La maggior parte di queste frasi escono dalla bocca di Graziano Congiu, l’allevatore di trent’anni di Ruinas e originario di Orgosolo. Quella che desta maggiori sospetti, però, la dice direttamente ai carabinieri quasi per crearsi un alibi. Spiega che aspettava Tonino Murranca di rientro dalla Gallura, dove aveva trascorso alcuni giorni per le vendite della frutta. Il commerciante, al rientro, pranza a Riola Sardo poi si reca a Ghilarza. Intanto Graziano Congiu lo chiama al telefonino per fissare un appuntamento con lui, incontro che secondo l’indagato non ci sarebbe mai stato perché l’avrebbe aspettato «fuori di casa» a Masullas sino a tardi dove però Murranca non arrivò. È proprio in quel «fuori di casa» che c’è qualcosa che stona. Graziano Congiu si giustifica dicendo che l’avrebbe fatto per evitare di aprire il cancello troppo rumoroso che poteva quindi recare disturbo ai vicini. Ma le case attorno sono disabitate e nessuno avrebbe potuto sentire quel cancello. È una prima bugia? Secondo gli inquirenti sì. Poi arrivano quelle frasi che vengono interpretate come confessioni non richieste. «Io dico quello che avevamo stabilito subito», così parlano nella saletta in attesa di essere interrogati. È la frase che porterà alla contestazione del concorso nell’omicidio e la distruzione del cadavere. E siccome i carabinieri insistono, i tre iniziano a vacillare. Nella saletta dove vengono registrate

le loro chiacchiere, raccontano di un possibile approdo in carcere: «Andiamo lì (a Massama, ndr) e incontriamo Giancarlo e Chillottu». Chi sono? Due detenuti ben conosciuti da Graziano Congiu che poi si lascia sfuggire quelle parole sul telefonino.

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