Biodiversità e tutele, la sfida delle campagne

I prodotti tradizionali di nicchia spesso non sono difesi dalla concorrenza I consorzi tra produttori strada obbligata per reggere nel mercato globale

ORISTANO. Si contano sulle dita di una mano i prodotti agroalimentari sardi che sono tutelati da un marchio attribuito dall’Unione europea “Igp”, acronimo che sta per Indicazione geografica protetta. Nella lista ci sono l’agnello e il carciofo spinoso e due formaggi: il pecorino sardo e il fiore sardo. Troppo pochi per rappresentare l’immensità di prodotti che invece arrivano sulle nostre mense dalle campagne. Nel solo Oristanese se ne contano a decine, ma il marchio di tutela se lo sono procurati, a proprie spese, gli stessi produttori.

Val la pena di raccontarla questa realtà che fa pensare a Davide contro Golia, con i contadini e gli allevatori che ogni giorno si scontrano contro le leggi di mercato diventate durissime, soprattutto a causa della globalizzazione che di fatto rende anonime quelle che invece gli esperti indicano come “eccellenze”. La Regione ci ha provato più volte a tracciare una strada per impedire che i prodotti delle nostre campagne che fanno la differenza scomparissero del tutto. Basta sfogliare il sito internet dell’assessorato all’Agricoltura per scoprire che esiste addirittura un elenco nazionale di prodotti agro alimentari tradizionali con ben 184 voci, ad ognuna delle quali corrisponde un prodotto apprezzato, conosciuto, ma in troppi casi, dimenticato. C’è tutto in questo che sembra più un elenco del telefono che un documento capace di difendere la ricchezza delle tradizioni tenuta invece viva con la fatica e l’ostinazione di chi lavora nei campi. Dal liquore di cardo selvatico al maialino da latte (quello che non sbarcherà all’Expò di Milano a causa della peste suina africana), dalle lorighittas allo zafferano, sino alla pera camusina di Bonarcado, solo per fare qualche esempio. Questo elenco non è di per sè un marchio da applicare a ciascuno di questi prodotti, capace contemporaneamente, di difendere e di aprire le porte dei mercati.

Serafino Mura, funzionario della Coldiretti di Oristano, spiega il motivi di una situazione a dir poco contraddittoria: «La tutela ha costi spesso troppo elevati per le aziende – dice – perché la nostra realtà è fatta principalmente di società troppo piccole per affrontare spese che, solo per la certificazione di un prodotto, possono arrivare anche a 5mila euro all’anno».

Le certificazioni passano attraverso analisi e controlli fatti da istituti specializzati; quando si vuol creare un marchio c’è tanta burocrazia e bisogna passare obbligatoriamente alla registrazione presso la Camera di Commercio. Poi ci sono protocolli, sempre rigidi e sempre obbligatori da seguire. «Tutte cose che una piccola azienda non si può permettere».

Qualcosa però sta cambiando. Non sono poi così rari gli esempi di produttori che si sono associati, costituendo, ad esempio, dei consorzi, per darsi una forma di tutela. Sistema che in alcuni casi ha funzionato, in altri sono invece evidenti le difficoltà di riuscire comunque a sostenere i costi della certificazione. Con il risultato che, in alcuni casi, le singole aziende preferiscono arrendersi. «Eppure i consorzi di tutela sono la strada giusta per garantire vitalità al nostro settore – dice ancora Mura – dovrebbe essere questo il sistema per far conoscere il prodotto e far “schizzare” in alto i prezzi, consentendo così alle aziende un reddito maggiore. Ma senza un intervento pubblico in questo senso, rischiano di restare solo belle idee».

Eppure in provincia di Oristano l’agricoltura parla costantemente di biodiversità. Nelle campagne dove si coltivano persino le patate a pasta viola, rarissime e ricercatissime dai gourmet, o di formaggi inseriti fra i “presidi” di Slow food come il casizolu del Montiferru, sono rimasti in pochi, ostinati, a mantenere ed assicurare che quella pera o quell’agrume o la varietà particolare di grano duro ritardino ancora la loro definitiva estinzione. «La biodiversità è la nostra salvezza– conferma Mura – ma dobbiamo fare i conti con una realtà molto difficile, quella dell’invecchiamento degli agricoltori. Questo è un settore che attrae poco i giovani, così le campagne si spopolano e noi rischiamo di perdere per sempre produzioni straordinarie».

E che l’agricoltura sia sempre meno lavoro per i giovani, ormai è una realtà assodata: «Avevo una bella azienda nella campagne fra Marrubiu e Arborea», racconta Annapaola Fadda, 50 anni trascorsi a produrre di tutto, dalle melanzane alle barbabietole, fino ai pomodori. «La crisi per noi è arrivata in rapida successione: prima c’è stata la chiusura dello zuccherificio, ed abbiamo smesso con le barbabietole, seguita

dalla conserviera di Zeddiani. e abbiamo abbandonato i pomodori. Oggi coltivo solo mezzo ettaro a carciofo spinoso, quello sardo, che non hanno nemmeno in America. Ma l’anno prossimo andrò in pensione e i miei figli non vogliono sentirne parlare di coltivare la terra: non dà sicurezza».

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