Visna maedi, nuova peste Pastorizia in ginocchio

La patologia, simile alla scrapie, moltiplica i suoi focolai in tutta la provincia Dalla Regione nessun sostegno, ma rimborsi sul benessere animale da restituire

TADASUNI. All’inizio hanno la tosse, persistente, perché i polmoni si riempiono di pus. Poi cade il pelo, rapidamente, con le pecore che sembrano tosate malamente. Contemporanemente i capi iniziano a deperire: un dimagramento progressivo «anche se mangiano come se fossero sane, non assimilano nulla», spiegano gli allevatori. In molti casi, la malattia arriva a colpire il sistema nervoso e i movimenti delle pecore sono così scoordinati da ricordare i sintomi della scrapie, la “mucca pazza” degli ovini. Visna Maedi, la malattia virale che partita dall’Islanda, è arrivata in Italia attraverso la Germania, fino a qualche anno fa era completamente sconosciuta negli allevamenti sardi. Da due anni a questa parte si è trasformata in un autentico incubo per gli allevatori: contagiosissima (viene trasmesso agli agnelli dalle madri con le prime poppate) il lentivirus sta inesorabilmente sterminando le greggi. Al momento non c’è cura e tantomeno vaccino per questa nuova epidemia che sta mettendo sul lastrico gli allevatori; questi vivono una tragedia da invisibili, nel senso che non esistono indennizzi: il altre parole, se gli animali muoiono, non avranno alcuna compensazione economica.

Per capire l’entità di questo nuovo flagello che, dopo la blue tongue, sta mettendo a repentaglio il sistema zootecnico della Sardegna, basta parlare con i pastori. Nell’Alto Oristanese, ad esempio, il virus ha fatto strage. Domenico Serra, 48 anni, allevatore, figlio di allevatori, in questi mesi sta assistendo, quasi impotente, all’agonia della sua azienda. L’ovile che si trova nelle campagne di Tadasuni, è stato colpito in misura inesorabile: 65 i capi uccisi dalla malattia, che sono tantissimi in un gregge che fino all’anno scorso contava 350 capi. Un allevamento modello, di animali selezionati: arieti e agnelle con tanto di pedigree che Domenico Serra vendeva per “migliorare” gli altri allevamenti. «Da quando è arrivata questa malattia non ho più nulla – dice con il volto serio di chi non vuole arrendersi ma teme che prima o poi dovrà rassegnarsi – le pecore non danno più latte, io ho seguito le indicazioni: ho isolato i capi malati da quelli sani, ma in queste condizioni, senza cura nè compensazioni che possano permettermi di ricominciare, l’azienda, che è tutta la mia vita, fra pochi mesi non ci sarà più». Domenico Serra, come tanti altri allevatori ha dovuto rinunciare anche ai progetti per il futuro. Mostra la busta di una lettera raccomandata «È la mia rinuncia ad un investimento da 170mila euro che mi avrebbe permesso di mettere mungitrici meccaniche moderne. Ma le pecore malate non danno latte: insistere sarebbe stata una pazzia». Dice che «la Regione deve muoversi: è impensabile che gli interventi per la visna maedi siano stati pensati solo per gli allevamenti caprini, che certo vanno tutelati; anche noi abbiamo dei diritti». La sua è una denuncia a tutto tondo: «Oltre al danno ci attende anche la beffa: il

numero dei capi che allevo si è ridotto, ma siccome la malattia non è una epizoozia, dovrò restituire gli incentivi sul piano del benessere animale. No, non è questo il modo di sostenere il nostro settore. Credevamo di avere un ruolo: ci hanno fatto capire di no».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Oristano Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Come trasformare un libro in un bestseller