Denunciato l’intero reparto di Chirurgia

La moglie di un paziente, morto a febbraio dopo un intervento, chiama in causa cinque medici e cinque infermieri

ORISTANO. Dei piccoli problemi di salute, i soliti esami di routine, un intervento chirurgico inatteso e poi la morte, arrivata dopo quattro giorni di incredibili sofferenze. Ma sul decesso di Massimo Cenedese, paziente di 43 anni di Terralba operato a fine gennaio alla Casa di cura Madonna del Rimedio, ci sarà da indagare tanto. Ieri mattina, la moglie Ursola Tomasi ha infatti presentato alla procura della Repubblica la denuncia per omicidio colposo contro i cinque medici, tra cui il primario di Chirurgia Angelino Gadeddu, e i cinque infermieri che ebbero in cura il paziente per i quattro giorni successivi all’intervento e al disperato tentativo di salvargli la vita dopo un inutile trasferimento d’urgenza a Sassari e un’ulteriore operazione.

Massimo Cenedese aveva compiuto alcuni esami diagnostici prima dell’intervento programmato per fine gennaio, perché accusava dei banali dolori addominali. Gli era stato rilevato un piccolo polipo nella cistifellea e l’équipe medica della clinica di via Giotto aveva deciso che era meglio asportare l’intera cistifellea. L’intervento doveva essere semplice e risolutivo, ma qualcosa andò storto. Secondo il medico legale Paolo Fabbri, la cui perizia ha preceduto la denuncia presentata tramite l’avvocato della famiglia Luca Ferrini, il bisturi del chirurgo lesionò una parte dell’intestino. Quel taglio, nei giorni successivi, avrebbe causato la setticemia che dapprima si manifestò con dei dolori fortissimi e successivamente fece precipitare lo stato di salute del paziente sino alla morte giunta il 4 febbraio, dopo il trasferimento a Sassari.

La denuncia verte infatti anche sull’organizzazione e i tempi di attesa per il trasferimento del paziente, che avrebbe atteso diverse ore – il legale parla addirittura di tre ore – prima di poter salire in ambulanza. Anticipare i tempi, in una situazione disperata, poteva forse servire, certamente la famiglia è convinta che la colpa medica vada ben oltre l’intervento chirurgico. Viene infatti contestato il fatto che si sia arrivati all’operazione per una situazione di salute che non l’avrebbe richiesto. Ma soprattutto, le contestazioni riguardano quei quattro giorni in cui, Massimo Cenedese continuava a segnalare a medici e infermieri che il suo stato di salute non migliorava. In cambio avrebbe ottenuto solo dei rimproveri e l’essere considerato come una persona non disposta a sopportare i dolori che si manifestano inevitabilmente dopo ogni intervento chirurgico.

Il caso sarebbe stato sottovalutato, tanto che solo dopo quattro giorni in cui il primario comunicò col reparto solo per telefono e durante i quali la moglie implorò continuamente i medici di effettuare nuovi esami, fu fatta un’altra ecografia con la quale si iniziò a capire che qualcosa era andato storto durante l’operazione. Troppo tardi? Chi ha fatto la denuncia non ha il minimo dubbio, ma certamente è l’inchiesta che dovrà dare risposte e certezze. Intanto, assieme alla denuncia, l’avvocato Luca Ferrini ha chiesto il sequestro delle cartelle cliniche.

E in tribunale c’era anche la moglie Ursola Tomasi: «È un gesto dovuto; dovuto a mio marito che è entrato in una struttura sanitaria

per salvaguardare la sua salute e invece è morto. È un gesto dovuto ai miei figli che un martedì di gennaio hanno salutato il loro papà con l’augurio di poterlo riabbracciare dopo alcuni giorni e invece ancora oggi si domandano come mai non è più tornato».

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