Omicidio Murranca, le verità opposte di accusa e difesa

In Assise il processo per il delitto dell’ambulante di Pompu Ieri i suoi congiunti hanno ricostruito l’ultimo giorno di vita

POMPU. Un pezzo deve incastrarsi all’altro. Ogni tessera del mosaico deve essere rimessa a posto, perché si deve arrivare alla verità e la costruzione del puzzle dev’essere perfetta. Tutto deve combaciare e quel tutto mette insieme testimonianze e altri riscontri, per diventare una maglia impenetrabile. Eppure accusa e difesa hanno impressioni diverse dopo le prime testimonianze del processo per l’omicidio del venditore ambulante Antonio Murranca.

La ricostruzione del delitto e della distruzione del cadavere bruciato in un boschetto delle campagne di Marrubiu, per il quale sono imputati i fronte alla Corte d’Assise di Cagliari Graziano Congiu, 31 anni di Ales, Lorenzo Contu, di 52 anni di Morgongiori, e Stefano Murru, 40 anni di Pompu, comincia dai testimoni citati dal pubblico ministero Paolo De Falco, affiancato dall’avvocato di parte civile Gianfranco Siuni.

Si parte da un punto fermo: l’ultimo a vedere vivo Antonio Murranca è proprio Graziano Congiu. Lo aveva confermato lo stesso imputato e ieri di fronte alla Corte un compaesano ha riferito che Antonio Murranca alle 16 del 24 settembre era a Masullas con lui: che sia il luogo in cui è avvenuto il delitto? Da lì le strade dei due si dividono: l’imputato aveva detto di essere andato in tabaccheria, ma la videocamera di sorveglianza non lo riprende. In quegli istanti i cellulari della vittima e del suo presunto assassino si spengono contemporaneamente, con il telefono di Graziano Congiu che si accende per sbaglio alle 17.55 e aggancia la cella più vicina al luogo in cui viene ritrovato il furgone bruciato con il cadavere carbonizzato.

Non basta questo per provare un’accusa di omicidio e allora ecco i testimoni. Parla il figlio Gianfranco Murranca; parla la moglie Candida Melis che aveva registrato una conversazione telefonica in cui Graziano Congiu fornisce una versione diversa rispetto alle precedenti; parla il fratello Giulio che aveva lasciato Antonio Murranca la mattina di rientro dalla Gallura. I furgoni dei due si incrociano vicino a Masullas, però Giulio Murranca ha il sole in faccia e non vede chi è alla guida. Nota però qualcosa di insolito, perché quando questo capitava, i due fratelli erano soliti accostare e fermarsi per fare due chiacchiere. Quel 24 settembre di un anno fa invece nessun cenno, nemmeno un colpo di clacson o un accenno di saluto coi fari. Stranezze.

Sono i primi elementi dell’accusa che gli avvocati difensori Angelo Battista Marras, Carlo Figus e Michele Ibba hanno già provato a smontare. È vero che il fratello della vittima non riconosce chi è alla guida, ma fornisce ai carabinieri anche un dettaglio che verrà poi inserito negli ordini girati ai comandi di tutta la Sardegna: bisogna cercare una persona coi baffi alla Hitler, descrizione che non corrisponde all’aspetto di nessuno degli imputati. Il collegio difensivo ha così prodotto la mail utilizzata dai carabinieri che davano la caccia all’assassino misterioso. Altro punto che la difesa conta come proprio è il fatto che in tanti conoscessero la combinazione

numerica che sbloccava il motore del furgone di Antonio Murraca. Era indispensabile per avviarlo, ma quel numero non era conosciuto solo da Graziano Congiu e dai suoi due amici ora imputati. Sono i passi di un processo che si prepara a nuove udienze: le prossime si terranno il 12 e 26 novembre.

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