I difensori vanno al contrattacco: «Indizi collegati senza logica»

Pompu, penultima udienza al processo per l’omicidio del commerciante Antonio Murranca Dopo la decisione della parte civile di associarsi alle richieste del pm, i legali chiedono l’assoluzione

INVIATO A CAGLIARI. La parte civile chiude il cerchio delle accuse, la difesa inizia invece il suo lavoro di demolizione. Il mirino è puntato su obiettivi diversi e diverse sono anche le pretese finali che vanno dalla prevedibile richiesta di conferma delle condanne sollecitate dal pubblico ministero all’altrettanto scontata richiesta di assoluzione formulata dai primi avvocati difensori chiamati a pronunciare la loro arringa.

Ovviamente tutto parte da un punto fermo. Il processo in corte d’assise a Cagliari per l’omicidio del commerciante ambulante di Pompu Antonio Murranca, assassinato il 24 settembre del 2014 e poi bruciato all’interno del suo furgone nelle campagne di Marrubiu, si era fermato giovedì scorso con le richieste di condanna per i tre imputati. Il pubblico ministero Paolo De Falco aveva indicato in 30, 27 e 26 le pene congrue per Graziano Congiu (31 anni di Ruinas), per Stefano Murru (40 anni di Pompu) e per Lorenzo Contu (52 anni di Morgongiori) accusati dell’omicidio e della distruzione del cadavere in concorso.

Da lì è ripartito l’avvocato di parte civile Gianfranco Siuni, che tutela la moglie, il figlio e i parenti della vittima. Ha incentrato quasi tutta la sua esposizione sulle frasi catturate dalle intercettazioni, sommando a queste i risultati dell’esame delle celle telefoniche agganciate dai cellulari degli imputati e della telecamera di videosorveglianza della tabaccheria dove Graziano Congiu si reca a prendere le sigarette il pomeriggio del delitto. Ci sono anche le testimonianze di persone che incrociano il furgone di Antonio Murranca, ma capiscono che non è lui alla guida.

Ad ogni modo è durante le fasi dell’interrogatorio in caserma che, per la parte civile, i tre confessano l’omicidio, quando Lorenzo Contu dice a Graziano Congiu: «Il telefono e la telecamera hanno incasinato tutto». E il secondo risponde: «Era morto, si dev’essere acceso solamente lì» e per «lì» è da intendersi la zona di Bia Manna dove poi ci fu il tentativo di far sparire il cadavere con le fiamme.

Tutto vero, ma basta? La difesa ha dato vita alle prime due accese arringhe. Lo ha fatto, più che negando le evidenze sottolineate dall’accusa, rilanciando alcune argomentazioni che l’accusa non ha toccato. Ha esordito Carlo Figus, difensore di Lorenzo Contu. Secondo l’avvocato la confusione regna sovrana nelle testimonianze, partendo da quelle sul furgone bianco. Nessuno inizialmente indica il modello di quello che viene visto aggirarsi nella zona dei terreni dell’imputato.

C’è dell’altro. Chi incrocia il furgone capisce che non lo guida Antonio Murranca, ma non riconosce l’autista. Eppure, tutti i testimoni conoscevano perfettamente i tre imputati e sarebbero dovuti essere in grado di individuare colui che sedeva al posto del guidatore. Invece parlano di una persona coi «baffetti alla Hitler e di 35 anni». Una descrizione che non corrisponde ad alcuno degli imputati.

E poi c’è quel passaggio in un bar attorno alle 17, di Lorenzo Contu accompagnato da Stefano Murru. Sarebbe l’orario dell’omicidio ed proprio su questo punto che verte la gran parte dell’arringa dell’avvocato Michele Ibba, difensore di Stefano Murru. Riconosce sì che ci sono gli indizi, ma è il modo in cui il pubblico ministero li incastra a non convincere la difesa. Non c’è movente; non si sa come sia morto Antonio Murranca; non viene indicato che ruolo abbiano singolarmente i tre nell’ambito dell’omicidio.

E poi ritornano i cellulari. Il percorso di Stefano Murru lo colloca

al di fuori della scena del delitto all’ora del delitto e le testimonianze cambiano improvvisamente rotta dopo che i tre amici finiscono in carcere. «È allora che tutto il paese si convince e li condanna senza il processo», invece la difesa vuole l’assoluzione.

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